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di Marco Benvenuti

La Stampa, 7 dicembre 2025

Accusato di calunnia e interruzione di servizio. Tra le sue vittime l’ex direttrice del carcere e 5 agenti. È un personaggio noto nei corridoi del “41 bis”, il carcere duro per i mafiosi. Non solo per il suo pesante trascorso criminale ma anche per il suo frequente prendere carta e penna e “farsi sentire”: richieste, istanze, segnalazioni, perfino alla Corte europea dei diritti dell’uomo, poi liti e discussioni. Forte della sua laurea in Giurisprudenza (presa in carcere al pari di quella in Scienza della comunicazione), solo in Cassazione ha fatto arrivare circa 700 ricorsi per trattamenti inumani e degradanti, che hanno impegnato la Corte con oltre 300 sentenze e 350 ordinanze. Da fare invidia a un avviato studio legale.

Negli anni anche il personale della casa circondariale di Novara, dalla direzione agli agenti, ha avuto più volte a che fare con Alessio Attanasio, 55 anni, boss siracusano della cosca Bottaro-Attanasio: dalla protesta per la lettera che non gli era arrivata alla richiesta di libri, lenti a contatto, calcolatrici, cd rom, fornelletto, alla più complessa pretesa di trasferimento in altre carceri o addirittura liberato. Nel 2021 aveva però calcato la mano, accusando con denunce ed esposti l’allora direttrice Maria Vittoria Menenti, una criminologa, il direttore sanitario, alcune guardie, ma anche i direttori delle carceri di Tolmezzo e Fossano, di aver commesso reati quali abuso d’ufficio e di autorità, tortura, danneggiamento, furto, violazione di corrispondenza. Accuse poi archiviate e considerate false.

Questo il motivo per cui Attanasio è a giudizio per calunnia e interruzione di pubblico servizio: per lui il pm ha chiesto la condanna a 4 anni e mezzo, sulla base delle dichiarazioni delle vittime, sfilate come testimoni nel dibattimento durato più di 2 anni. Fra loro l’ex direttrice Menenti: “In pochi mesi, nel 2021, ha presentato 4 mila fra istanze, denunce, note, rivolgendosi a chiunque, garante, ministro. Io stessa sono stata denunciata quasi giornalmente, anche solo perché sosteneva di non avere il caffè. Mi ha riempito di insulti, sbeffeggiamenti, nomignoli, augurandomi il suicidio”. Ha aggiunto: “Sono stata addirittura accusata di avergli rubato il portafogli”. Segnalazioni senza esito.

L’unico esito, secondo la direzione, era di paralizzare l’attività: “Passavamo tutto il nostro tempo a occuparci di lui”, hanno detto le guardie. Cinque agenti sono parte civile con l’avvocato Criaco e chiedono un risarcimento. Attanasio, intervenuto più volte al processo, ha precisato che le sue istanze erano adeguatamente e correttamente motivate, tant’è che venivano spesso accolte dalla Sorveglianza. Il suo legale, l’avvocato Bottero, ha chiesto l’assoluzione: “Nelle sue denunce non c’era volontà di calunniare. La calunnia presuppone la consapevolezza che dall’altra parte c’è una persona innocente. Attanasio ha invece chiesto cose di cui aveva diritto e che invece gli sono state negate”. Sentenza a gennaio.