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di Marco Benvenuti

La Stampa, 14 novembre 2025

Nella casa circondariale il progetto “Sprigionare i pensieri”. Sono una decina di uomini di diverse età, italiani e stranieri, che hanno commesso reati anche seri, qualcuno in procinto di tornare libero dopo aver scontato la pena, qualcun altro affidato ai servizi di pubblica utilità oppure ammesso a uscire di giorno per fare rientro in cella la notte. Sono queste persone ad aver raccontato la loro vita, la loro storia, in un laboratorio di gruppo nella casa circondariale di Novara grazie al progetto “Sprigionare i pensieri”, percorso di ricostruzione della propria identità e di ripensamento di vita attraverso gli strumenti della narrazione e della scrittura, sostenuto dalla Fondazione Franca Capurro per Novara. L’auspicio, hanno detto ieri nella sede di Confindustria Novara Vercelli Valsesia i protagonisti dell’iniziativa, è che possa diventare un progetto pilota in regione e in Italia, oltre che proseguire con altri gruppi di detenuti. Ieri, a conclusione del percorso, il presidente della Fondazione Filippo Arrigoni ha anche donato alla direttrice del carcere Annamaria Dello Preite due pc portatili, per rafforzare le competenze digitali di chi vive fra quelle mura.

Arrigoni spiega l’origine del progetto, che nel corso dei mesi ha finito per coinvolgere in maniera stabile sette detenuti (qualcuno ha dovuto lasciare perché trasferito altrove oppure perchè già impegnato in altri laboratori): “L’idea è nata quasi per caso, passando in bicicletta davanti al carcere. Il carcere è lì, in città, ma è un mondo difficile da capire, spesso sconosciuto. Mi sono proposto quindi di fare qualcosa per chi sta per finire la pena, per aiutarlo a comprendere meglio la vita che sta svolgendo e per evitare che non ricada negli errori che lo hanno portato lì”. Ne è nato un gruppo di autonarrazione e scrittura, con incontri di 90 minuti a cadenza quindicinale curati dalla psicologa forense e criminologa Marella Basla, dalla psicologa-psicoterapeuta Giuliana Ziliotto, e dall’insegnante di scuola media Gian Mauro Scansetti, laureato in filosofia.

“È stata un’esperienza umana importante ed emotivamente coinvolgente”, concordano le psicologhe Ziliotto e Basla. Aggiunge Ziliotto: “All’inizio non è stato semplice: per i detenuti era difficile mettersi in gioco. Poi ognuno ha raccontato la sua storia, quasi a episodi”. Basla: “La prima cosa emersa è che pensare, in carcere, è molto doloroso. Noi li abbiamo aiutati a capire che la loro condanna è per il reato, non alla persona. E affrontato temi come il cambiamento, il ripensamento, la libertà, la scelta, il “dopo”. Le storie sono state poi trascritte. “Sarebbe bello crearne un libro”, è l’auspicio.

La direttrice del carcere, assieme alla responsabile del piano di risocializzazione Elisabetta Sebastiani, sottolinea come “il progetto sia nato da passione e come abbia ricreato la capacità di elaborare la sofferenza, ma anche a superare i pregiudizi nei confronti del carcere”. Il reinserimento è una meta. Lo ricorda anche Mariella Enoc, manager della sanità, socia fondatrice di “Franca Capurro per Novara”, e, come presidente dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, promotrice di progetti di reinserimento: “Al centro deve stare sempre la persona: il malato non è la malattia, il detenuto non è il reato”.