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di Barbara Cottavoz

La Stampa, 23 giugno 2024

La rabbia di Giuseppe Passalacqua, insegnante e a lungo volontario: “Abbiamo bisogno di idee, progetti e fondi per invertire la rotta”. È stato volontario per quattro anni tra le mura del carcere, prima con un’associazione poi proponendo laboratori teatrali. La morte di Alì, suicida in una cella di via Sforzesca, gli fa montare una rabbia che Giuseppe Passalacqua, insegnante e operatore al centro di aggregazione giovanile “Nòva”, non riesce a mascherare e monta a ogni parola, ogni ricordo legato alla casa circondariale: “Novara si dimentica sempre del suo carcere e il grado di civiltà della città si vede da questo”.

La sua attività è cominciata nel 2015 con l’associazione “Cristiana Casagrande” e poi è continuata fino al 2019 con progetti del Cpia, il centro per l’istruzione degli adulti, e del Circolo dei lettori: “Anche se in carcere non c’erano e non ci sono una biblioteca funzionante e un bibliotecario che faccia conoscere i libri ai propri detenuti. È uno scandalo che per prenotare un romanzo di Marquez, un detenuto sia costretto a fare la domandina per riceverlo dopo due mesi. Una biblioteca c’è, ad esempio, a Saluzzo, a Fossano, a Biella e a Torino”. Passalacqua riporta i dati dei suicidi in cella: tra il 2000 e il 2024 sono stati 1.300.

“Del resto noi paghiamo 182 euro al giorno per la sorveglianza di ogni detenuto e solo 0,55 euro per il trattamento di rieducazione e inclusione sociale. Cioè: paghiamo meno di un euro il lavoro degli educatori sociali, degli psicologi, degli assistenti sociali. Cioè la colonna portante di ogni luogo di “reinserimento sociale”, così come ci dice e obbliga la Costituzione. Ma questa disumanizzazione è intenzionale, è volontaria è politica e non è più accettabile. A Novara ci sono 164 detenuti e il massimo che riusciamo a pensare sono le borse lavoro per il giardinaggio all’Assa oppure l’imbiancatura delle scuole in caso di emergenza, come è successo per l’istituto Omar” continua Passalacqua.

Della casa circondariale ha parlato anche Lorenzo, il protagonista de “Io ero il milanese” dello scrittore novarese Mauro Pescio: “Tra tutti le carceri, quello di Novara è il più brutto di cui ho fatto esperienza” diceva nel podcast. Secondo Passalacqua servono progetti e soldi: “Ma abbiamo soprattutto bisogno di idee, a Novara non si è mai investito in piani a lunga scadenza che vadano al di là dell’attività, encomiabile, dei volontari. Eppure alcuni esempi ci sono: le attività del carcere di Bollate, che infatti ha una bassa recidiva, e della rivista “Ristretti Orizzonti” - continua il professore di italiano del Bellini.

Servono gli spiriti che chiama Prospero nella “Tempesta” di Shakespeare, gli assistenti sociali, i volontari, gli educatori e la magia che funziona. Quella insieme ai libri. Perché solo la cultura ti toglie il veleno. Ma Alì non c’è più e Prospero ha fallito. Il carcere è un fallimento non necessario”. Al giovane suicida si rivolge direttamente: “Perdonaci Alì. Devi sapere che sarebbe potuta andare diversamente, non ti abbiamo mostrato la porta da aprire”.