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di Elisa Sola

La Stampa, 22 settembre 2025

Il giovane torinese si era impiccato a Novara, aveva già provato due volte. Il pm chiede l’archiviazione: “Non c’è un divieto esplicito sulle stringhe”. Si chiamava Michael Monsolino. Si è tolto la vita in cella a 29 anni, impiccandosi con i lacci delle scarpe. Era arrivato nel carcere di Novara quattro giorni prima, il primo luglio 2023. Era un ragazzo fragile. Una vita passata a Torino, nel quartiere Barriera di Milano. È finito dietro le sbarre la prima volta a 20 anni, per rapine, ricettazioni e porto di armi. Detenuto a Torino, e poi a Vercelli, ha provato due volte a suicidarsi, nel 2021. Nel penitenziario di Novara il terzo tentativo, finito in tragedia.

Botta e risposta - Secondo la famiglia Monsolino, assistita dall’avvocato Gianluca Visca, la morte di Michael poteva essere evitata. I sintomi del suo malessere sarebbero stati evidenti da tempo. Lo scrivono nella denuncia che, insieme alla relazione del Nucleo investigativo della polizia penitenziaria del Piemonte, è stata analizzata dal procuratore di Novara, Giuseppe Ferrando, che ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo. Non ci sarebbero dubbi, secondo gli inquirenti, sulla fragilità del ragazzo. E nemmeno sulla dinamica del suicidio. Ma gli agenti del penitenziario di Novara non avrebbero colpe riguardo alla morte di Monsolino. “Nulla può essere eccepito, si sono attenuti scrupolosamente alla disciplina attualmente in vigore”, scrive Ferrando nella richiesta di archiviazione. Il riferimento riguarda uno dei punti nodali della questione: i lacci delle scarpe.

I lacci sarebbero oggetti consentiti - Come mai un detenuto fragile era da solo in cella con delle stringhe, strumento usato spesso nei penitenziari da chi vuole togliersi la vita? La risposta, sottolinea la procura, sta nel regolamento del carcere di Novara. Non esisterebbe, nell’atto, una norma che prevede che i lacci delle scarpe debbano essere sequestrati al detenuto durante la perquisizione.

I lacci “rientrano nel novero degli oggetti consentiti, pena la violazione della dignità e del decoro della persona, nonché dei suoi diritti fondamentali, salva la presenza di indicazioni specifiche i tal senso del personale sanitario, assenti nel caso di specie”, scrive la procura nella richiesta di archiviazione. Inoltre, rimarca il pm, era stato il ragazzo a chiedere di stare in una stanza da solo, perché aveva paura che gli altri detenuti gli facessero del male. La famiglia Monsolino non è d’accordo. E si è opposta alla richiesta di archiviazione. Il caso, quindi, verrà giudicato dal gip di Novara.

Disaccordo sulla questione dei lacci - Il fratello della vittima, Alberto Monsolino, nella denuncia aveva scritto: “Non si comprende come un detenuto possa avere a sua disposizione dei lacci delle scarpe. Sono tra gli oggetti vietati alla popolazione carceraria. Se il personale avesse fatto attenzione, Michael non si sarebbe suicidato. Mio fratello era fragile, seguito da uno psicologo e prendeva una terapia”.

L’avvocato Visca, nell’opposizione alla richiesta d’archiviazione, chiede al gip di mandare a processo il direttore, il comandante della penitenziaria, due medici e alcuni agenti del carcere di Novara “che ebbero a gestire l’ingresso e la custodia del detenuto, per non avere assunto nei rispettivi ruoli di garanzia, le dovute cautele volte a prevenire il rischio di suicidio come già occorso nel recente passato in termini di tentativo”. Nel carcere di Torino a Monsolino i lacci sarebbero stati tolti, ricorda il legale, che si chiede: “Perché a Novara no?”.