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di Dario Sorbo*

Ristretti Orizzonti, 15 settembre 2026

Ho visto un istituto penitenziario da dentro, durante la Clinica Legale. Non l’ho più dimenticato. E quando ho letto la sentenza di cui vi parlo, ho capito che quello che avevo visto aveva un nome, un articolo di legge, e una condanna. Cominciamo dai fatti, che sono quelli che contano, non le mie opinioni. Bari, carcere. Un uomo malato - depressione grave, disturbo della personalità - tenta di uccidersi. Non una volta: quattro. Il 18 settembre 2019 un magistrato di sorveglianza, che il suo lavoro lo fa bene, ordina che quell’uomo venga osservato da uno psichiatra. Semplice, no? Un ordine, una firma, un timbro. Ebbene: passano nove mesi prima che qualcuno esegua l’ordine. Nove mesi in cui l’uomo resta dove si è già tentato di ammazzare quattro volte. E quando finalmente si tratta di decidere se scarcerarlo, la burocrazia ci mette sedici mesi a rispondere. Sedici mesi per dire sì o no a una domanda che, per chi la pone, è questione di vita.

Io questa storia l’ho trovata scritta fredda, in una sentenza. Ma dietro il freddo delle sentenze c’è sempre un corpo che aspetta in una cella. Lo dico perché l’ho visto, un corridoio di carcere, con questi occhi: e non è un corridoio che perdona la distrazione di uno Stato.

La sentenza si chiama A.Z. contro Italia. L’ha scritta la Corte europea dei diritti dell’uomo il 4 luglio 2024, e dice una cosa sola, ma la dice senza sconti: l’Italia ha violato l’articolo 3 della Convenzione, quello che vieta i trattamenti inumani e degradanti. Al detenuto sono stati riconosciuti diecimila euro di danno morale e ottomila di spese legali. Cifre che, a essere onesti, fanno quasi ridere se paragonate a nove mesi di attesa con un cappio, metaforico o no, sempre in vista. Ma non sono i soldi il punto. Il punto è la frase con cui i giudici hanno smontato la difesa del Governo italiano: i rapporti clinici prodotti, hanno scritto, erano generici e sporadici. Tradotto dal linguaggio dei tribunali a quello degli uomini: non c’era nessuno, davvero, che si prendesse cura di lui.

Non mancava la legge. Badate bene: la legge, in Italia, su questo, c’è tutta. C’è il magistrato di sorveglianza. C’è l’osservazione della personalità. C’è la sanità penitenziaria, che sulla carta è la stessa che curerebbe chiunque altro. Ci sono le articolazioni per la salute mentale, ci sono le misure alternative per chi sta troppo male per restare dentro. Un arsenale di buone intenzioni. Eppure, a Bari, per mesi, quell’arsenale è rimasto chiuso nell’armadio.

E qui la storia, per essere onesti fino in fondo, prende una piega che sorprende: perché la stessa identica sentenza racconta anche il contrario. Trasferito il 3 settembre 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, quell’uomo trova un’équipe che lo segue davvero - psichiatri, psicologi, controlli regolari - e da quel momento sta meglio. Nessun nuovo tentativo. La Corte, infatti, per questo secondo periodo assolve l’Italia. Il che significa una cosa sola, ed è la cosa più scomoda di tutto l’articolo: il sistema funziona, quando qualcuno decide che deve funzionare. Il problema non è che non si può fare. È che non lo si fa quasi mai.

Perché, direte voi, dovrebbe interessarmi la storia di un uomo che non conosco, in un carcere che non visiterò mai? Perché non è un caso isolato: è una fotografia nitida di un Paese intero. L’ultimo rapporto di Antigone, presentato nel 2025, dice che le carceri italiane sono sovraffollate in media al 138,5 per cento. Dice che nel 2024 ci sono stati 91 suicidi dietro le sbarre, il numero più alto mai contato, e che nel 2025 se ne sono aggiunti altri 79. Dice che in 62 istituti su 95 visitati non c’era un medico presente ventiquattr’ore su ventiquattro. Dice che un detenuto su dieci ha una diagnosi psichiatrica grave, e che quasi uno su due vive sedato - sonniferi, ansiolitici, antipsicotici - perché è più facile, evidentemente, addormentare il disagio che curarlo.

Aggiungiamoci un altro numero, che a me, da studente di Clinica Legale, ha fatto più impressione di tutti gli altri: gli educatori penitenziari in Italia erano, a maggio 2025, 963 su una pianta organica che ne prevedrebbe 1.040. Fate voi la divisione: in media un educatore ogni 64 detenuti. A Verona uno ogni 153. Provate a chiamare “trattamento individualizzato” un rapporto del genere, e vedrete che la parola si sgretola in bocca.

Ecco perché A.Z. contro Italia non è, per me, una sentenza come le altre da studiare per un esame. È la prova che l’articolo 27 della Costituzione - quello che dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato - resta, per troppe persone, una promessa scritta e non mantenuta. Non basta scriverla bene, una promessa. Bisogna che ci sia qualcuno, nel momento giusto, a mantenerla. A Bari, per nove mesi, non c’è stato nessuno.

*L’autore è laureato in Giurisprudenza con una tesi in Diritto Penitenziario sul trattamento dei detenuti, maturata anche attraverso un anno di Clinica Legale in Esecuzione penale, durante il quale ha visitato istituti penitenziari e osservato da vicino il lavoro della magistratura di sorveglianza.