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di Michele Passione*


Ristretti Orizzonti, 8 gennaio 2021

 

Un caloroso benvenuto a Piercamillo Davigo, da ieri collaboratore de "il Fatto Quotidiano". Terminata (?) la corsa di una straordinaria carriera, l'organo delle Procure si fregia ora del suo cavallo di razza. Come si sa, il titolo del pezzo non è mai di chi lo scrive, e dunque il nostro eroe non risponde del cappello che gli han messo sulla testa, "Tutte le bugie sulle carceri sovraffollate".

Ma siccome il Consigliere è uno preciso, un numero primo, e gli piace scherzare, per darci una mano dà i numeri a sostegno della sua tesi. Prima di questo, però, ci fornisce un paio di esempi di proteste non violente come metodo di lotta politica, accomunando le pere con le mele (il Mahatma e Bobby Sands). Ironizzando un po' (il tratto distintivo del suo dire è da sempre questa divertita tendenza a schernire l'altro da sé, le identità politico-culturali di chi non la pensa come lui), gigioneggia su chi fa pratica non violenta per tentare di conferire maggior dignità alla vita intramoenia, "per tutelare quei principi che ritengono fondamentali".

Loro. Il nostro, che pure si dice "d'accordo sul fatto che la civiltà di un Paese si misura anche da come vengono trattati i detenuti", sostiene però che si debba "tener conto dei dati di fatto e della coerenza"; così, si parte dai numeri, e qui l'ex Dottor Sottile le spara grosse. Poiché di notte tutti i gatti sono bigi, si tace sul fatto che la capienza regolamentare indicata computa numeri fantasmi (a migliaia si contano i posti solo sulla carta, e non realmente fruibili, per varie ragioni che qui non è possibile rammentare per questioni di spazio). L'analisi prosegue informandoci di una nota del ministero della Giustizia, secondo la quale i fortunati detenuti nostrani avrebbero a disposizione 9 mq più 5, parametro utilizzato per calcolare la capienza regolamentare e mutuato in base a quello per conferire l'abitabilità delle civili abitazioni.

Come afferma l'ex membro del Csm "quasi tutte le opinioni sono rispettabili"; peccato che il richiamo alla nota (vera) sia tradito nei fatti, che Davigo ignora (del resto, ha passato la vita a mandare la gente in galera, a sostenere che fuori non ci sono innocenti, ma colpevoli che l'han fatta franca, e via dicendo). Una certa idea di giustizia non gli ha suggerito di andare a buttare un occhio nelle celle italiane, dove scoprirebbe che le cose sono un po' diverse da come le immagina e le racconta.

Così, "ammesso che il sovraffollamento ci sia" (l'ipotesi, denegata, andrebbe spiegata a chi in cella fa i turni per alzarsi in piedi), ragionando come se fossimo in un Paese normale (dove invece si legge sui mezzi pubblici "è severamente vietato", ché ci vuole l'avverbio) dovremmo dire che chi si occupa di custodire corpi dovrebbe farlo rispettando le regole, le stesse che invoca il nostro eroe. Fossero veri i numeri che ci ricorda, ma non lo sono, ci sarebbero comunque cinquemila persone in più della regola.

Provate voi a dire a un vigile che vi fermi mentre guidate con cinque passeggeri a bordo (se la vostra auto non è un Van) che tutto va bene, che in realtà l'auto tollera una maggior presenza. Lo so, è un artificio retorico che (forse) piacerà al Consigliere, ma così magari facciamo che ci capiamo; in un'epoca dove si batton le mani a chi le spara più grosse, ci verrà perdonata questa semplificazione. La realtà, quella vera, è che il carcere non è solo roba da catasto, non dovrebbe. L'etica della pena non contempla (non dovrebbe) i celloni da dieci persone con un cesso alla turca, il freddo, il caldo, le chiavi che sbattono, i tagli, le urla, le medicine, il sangue.

Ma Davigo invoca la coerenza, e qui (di nuovo) rivela il suo pensiero inquisitorio. Si legge (di solito il tratto di penna è lucido e caustico, mentre qui si ha una sorta di paratassi dadaista) che "quando fu approvato il codice di procedura penale oggi vigente, coloro che avevano perplessità su una normativa che rendendo in generale non utilizzabili gli elementi acquisiti nella fase delle indagini e imponendo la reiterazione delle prove in dibattimento avrebbe determinato, nell'ipotesi migliore, la triplicazione della durata dei processi"

Tra la "non dispersione delle prove" (sent.n.255/'92) e la faticosa comprensione del pensiero sopra citato, emerge tuttavia abbastanza chiaramente che l'ex tante cose non ha esattamente a cuore il Giusto processo. Si chiude il sipario con un nuovo paragone, che rende l'idea; è agli Stati Uniti d'America che si deve guardare, posto che "il tasso di repressione concreta applicato in uno Stato non può essere troppo diverso da quello applicato in altri Stati". Dice proprio così, "tasso di repressione". Ma non si parlava di pene? La Costituzione, Consigliere; la Costituzione.

Infine un consiglio, non richiesto; non inizi "uno sciopero della fame a staffetta per richiamare l'opinione pubblica sul buon senso". Oggi che ha molto più tempo libero, anche se lo trovava anche prima, si faccia invitare di nuovo in tv, che le piace tantissimo. Poi, con qualcuno che fa sempre sì con la testa, viene ancora meglio. Buon anno.

 

*Avvocato