sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Roberta Barbi

vaticannews.va, 3 giugno 2025

L’idea è stata del cappellano della casa circondariale del capoluogo sardo che ha coinvolto i gesuiti di Cagliari nell’iniziativa. Gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, racconta padre Manunza, “sono il modo di Dio di farci trovare la felicità e la salvezza”. Un percorso spirituale “di iniziazione e discernimento”: questi sono gli esercizi spirituali ignaziani. Un modo per dialogare personalmente con il Signore e riconoscerlo presente ed operante nelle nostre vite. Lo sa bene padre Carlo Manunza, il gesuita che si è offerto di proporli alle persone detenute nella casa circondariale di Nuoro, accogliendo la richiesta del cappellano. “Definendo gli esercizi con le parole di Sant’Ignazio - racconta ai media vaticani - questi sono un cammino per consentire a Dio di mettere ordine nella nostra vita, così da poterlo meglio lodare e servire”.

La fede in carcere - Non era la prima volta che il padre gesuita entrava in carcere, anche se la sua ultima esperienza risaliva a 20 anni fa nelle Filippine: “Anche se ormai i problemi di sovraffollamento delle carceri italiane sono simili”, osserva con amarezza, nell’istituto di pena ha trovato una fede nascosta, sepolta dalle vicende della vita, ma viva e capace di dare speranza: “Dedicando tempo alla preghiera personale, questa fede è tornata a splendere - è la sua testimonianza - anche in un ambiente difficile come il carcere, è tornata a dare dignità e soprattutto a esercitare il proprio potere trasformante, il potere di illuminare la notte”.

Promuovere la preghiera personale - In un carcere immaginiamo sia più facile proporre momenti di preghiera comunitaria - a partire dalla celebrazione della Santa Messa o dalla catechesi - perché è il modo più immediato di entrare nella lode, ma allora come fare con gli esercizi spirituali?

“È bastato proporre l’obiettivo che ci ponevamo - sorride padre Carlo - ricordare che cambiare la propria vita è possibile e offrire un metodo che permettesse a Dio di rendere questo cambiamento concreto”. Ovviamente c’è stato bisogno di tempo, pazienza e flessibilità da parte delle guide: “E anche di molto ascolto - ribadisce - ma d’altronde il compito di una guida è proprio questo”.

Riscoprire la dimensione spirituale della propria vita - I risultati trasformativi nelle vite dei ristretti, padre Carlo e il suo team li hanno toccati con mano: “Dio non si fa vincere in generosità - spiega - ci siamo riusciti perché abbiamo dato una testimonianza concreta, fatta di gesti e di saper attendere i frutti, di adattarsi, senza privare gli altri della ricchezza a volte impegnativa degli esercizi spirituali, ma d’altra parte senza farla sembrare un muro insormontabile”. Un bilancio positivo, insomma, e un’esperienza, quella di Nuoro, che potrebbe essere replicata in altre carceri d’Italia: “Riconoscere ‘beati i poveri’ è fonte di salvezza e di felicità vera - conclude il gesuita - da cui nulla può separarci”.