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di Alessia Candito


La Repubblica, 4 gennaio 2022

 

Atti e interrogatori inediti depositati a Reggio Calabria al processo "'Ndrangheta stragista" sollevano ombre sul presunto suicidio. "Aveva presentato frequenti e ripetute richieste di colloquio con magistrati e forze dell'ordine", ha messo a verbale un agente penitenziario. E adesso è caccia a quelle missive

Non dicerie, né spifferi di pentiti. Che il boss di Altofonte Nino Gioè volesse collaborare con la giustizia, adesso è ufficiale. Arriva da Reggio Calabria la pista che potrebbe gettare nuova luce sul caso Gioè, ufficialmente morto suicida nella notte fra il 28 e il 29 luglio del '93, mentre a Roma e Milano esplodevano le bombe piazzate dai clan. Sta negli interrogatori, nuovissimi, che il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha messo agli atti del processo d'appello 'Ndrangheta stragista, in primo grado costato un ergastolo al boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e al mammasantissima calabrese, Rocco Santo Filippone, condannati come mandanti degli attentati contro i carabinieri con cui la 'Ndrangheta ha firmato la propria partecipazione agli attentati continentali.

Una stagione in cui Gioè ha giocato un ruolo. E di peso. Mafioso di rango, tra i protagonisti della storia delle stragi - c'era lui con Giovanni Brusca a Capaci, quando l'autostrada saltava portandosi via la vita di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta - uno dei pochi ad avere un contatto diretto con Totò Riina, il boss era anche uomo di mezzo. Uno che in mano e in uso ha avuto un cellulare ufficialmente disattivato, ma che il giorno della strage di Capaci ha chiamato per tre volte un numero statunitense, che con l'intelligence aveva contatti e ci ha parlato, come con quel Paolo Bellini - estremista nero, trafficante d'arte, killer di 'Ndrangheta, in odore di servizi, oggi imputato per la strage di Bologna - che potrebbe aver suggerito ai clan di colpire i grandi monumenti per far tremare l'Italia. Gioè era un uomo dai mille segreti. Ed era pronto a raccontarli.

Nei suoi ultimi giorni a Rebibbia aveva presentato "frequenti e ripetute richieste di colloquio con i magistrati e le forze dell'ordine". Ed erano ufficiali, perchè "ero io a prendere cognizione del contenuto delle istanze che scriveva" dichiara il 10 giugno 2019 Antonio Ciliegio, che all'epoca era agente penitenziario e insieme ai colleghi aveva ricevuto l'ordine di vigilare su Gioè "visto il rischio per la sua incolumità in prospettiva di una sua imminente collaborazione". Ne erano coscienti a Rebibbia e lo sapeva il boss, che aveva smesso di uscire dalla cella perché "probabilmente "si sentiva in pericolo o era stato espressamente minacciato da qualche detenuto". Il tempo lo impegnava scrivendo. "Ricordo due-tre missive al giorno inoltrate cinque o sei giorni prima del suo decesso" sottolinea Ciliegio.

Dove sono quelle lettere? A chi scriveva Gioè? Qualcuno ha mai risposto o lo ha incontrato? Di eventuali colloqui potrebbe sapere qualcosa Massimo De Pascalis, che di Rebibbia all'epoca era direttore e per questo è stato ascoltato nel dicembre 2018. Ma quella pagina di interrogatori agli atti non c'è ancora. Di certo, dice Ciliegio, esistevano "espedienti" che, in virtù di "accordi diretti con il direttore o il capo delle guardie", permettevano ai detenuti di "avere incontri riservati con le forze dell'ordine o con i servizi senza lasciare traccia".

Erano gli anni del "protocollo Farfalla", costato la vita all'operatore carcerario Umberto Mormile, ammazzato a Milano per aver scoperto i rapporti fra uomini dell'intelligence e il boss di 'Ndrangheta, Domenico Papalia. Lo stesso Papalia a cui Gioè si preoccupa di chiedere scusa nella sua presunta lettera di commiato e da cui Riina riceve in eredità la sigla "Falange Armata", servita poi per firmare stragi, omicidi, attentati. Una stagione di sangue - è la pista su cui si lavorano Reggio ed altre procure - pensata non solo in Sicilia. E in cui settori dei servizi hanno avuto un ruolo.