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di Fulvio Fulvi

Avvenire, 28 novembre 2023

Altre due morti “silenziose” dietro le sbarre e detenuti don gravi disturbi psichici totalmente abbandonati a se stessi, in carceri sovraffollate dove mancano i servizi di supporto clinico, psicologico e umano. E così è successo che Alberto Scagni, 43 anni, dichiarato seminfermo di mente, la sera del 22 novembre nella Casa circondariale di Sanremo sia stato sequestrato e massacrato da due compagni di cella che a colpi di sgabello, a calci e a pugni gli hanno sfondato le ossa del viso e la trachea fino quasi a ucciderlo.

Aveva subito un’aggressione due mesi prima anche a Genova-Marassi, da dove era stato trasferito per essere portato nella “più sicura” struttura nella provincia di Imperia. La madre dell’uomo, condannato a 24 anni e 6 mesi per aver ammazzato la sorella Alice l’11 maggio del 2022, ieri in un’intervista su Radio24 ha accusato chi doveva gestire la vicenda di suo figlio di averlo invece lasciato solo pur sapendo della sua fragilità: “Se a suo tempo fosse stato sottoposto a Tso forse non avrebbe ucciso la sorella - ha detto Antonella Zarri - lui non è un detenuto qualunque e le autorità conoscevano il suo grave stato di salute mentale: doveva essere controllato a vista”.

Ma così non sarebbe avvenuto. “Ora lo Stato ci deve delle risposte” ha concluso la donna. E negli ultimi giorni altri due detenuti, in preda a disperazione e solitudine e in evidenti condizioni di disagio psicologico, si sono tolti la vita facendo salire così il numero dei suicidi nei 189 istituti di pena italiani a 64 dall’inizio dell’anno. A Verona Montorio, dove era recluso da tre settimane per aver aggredito la convivente, il 34enne Giovanni Polin domenica sera si è impiccato con un lenzuolo.

Era in attesa di giudizio. Per lui il gip aveva disposto il processo immediato una settimana prima della tragedia. Nella struttura penitenziaria della città scaligera (dove peraltro sono rinchiusi anche Filippo Turetta, il presunto assassino di Giulia Cecchettin e Benno Neumair condannato all’ergastolo per aver strangolato i genitori a Bolzano) è il terzo caso di suicidio in tre mesi.

Qui la tensione è ogni giorno alle stelle, con disordini e violenze, come denunciano i sindacati degli agenti, vittime di frequenti aggressioni: su una capienza massima di 335 detenuti, a Montorio ne sono stipati 550. l’altro suicidio è avvenuto giovedì nel carcere di Parma, dove sono ospitati 700 reclusi sui 500 previsti dal regolamento: la vittima è un ivoriano di 47 anni, finito dentro per furti e rapine, trasferito prima da Milano-San Vittore a Modena e, dal 31 ottobre scorso, nel carcere parmense dove sarebbe dovuto rimanere a scontare la pena fino al 2026. Nei mesi precedenti aveva commesso gravi atti di autolesionismo e doveva essere preso in carico dall’unità locale per la prevenzione dei suicidi.

Ma, per ragioni burocratiche, non c’è stato il tempo. “Era una persona attenzionata dal personale di vigilanza e sanitario ma ogni giorno, dopo le 16 e fino alle 7 non sono previsti turni degli addetti al servizio psichiatrico o dei volontari, e quindi alle 21 il 47enne della Costa d’Avorio è ripiombato nello sconforto più profondo e si è ucciso”, denuncia Roberto Cavalieri, Garante regionale delle persone private della libertà dell’Emilia-Romagna, regione nella quale, però, la situazione, dal punto di vista dell’assistenza medica ai detenuti è tra le migliori, anche per la presenza di centri clinici dedicati: “Si spendono 20 milioni di euro l’anno, metà dei quali di provenienza statale, per garantire le cure ai circa 7mila reclusi (tra i 3.500 stanziali) che transitano ogni anno nelle 10 strutture detentive del territorio regionale” osserva Cavalieri.

Ma il problema dei detenuti con patologie psichiatriche, a livello nazionale ha proporzioni allarmanti: secondo l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, nel 2022 il 40% dei reclusi, cioè circa 25mila, è sottoposto a terapie specifiche, in particolare farmacologiche. Il fenomeno però è complesso. “Negli ultimi 10 anni l’utenza delle nostre carceri è radicalmente cambiata - spiega il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari.

Molti detenuti assumono ansiolitici, presentano gravi forme di morbilità collegate anche alla dipendenza da sostante stupefacenti e a sindromi psichiatriche non sempre diagnosticate. Almeno la metà delle aggressioni ai danni degli agenti e del personale avviene durante gli spostamenti fra carcere e strutture sanitarie esterne”.

Per far fronte a queste criticità, insieme al capo Dap, Giovanni Russo, Ostellari ha chiesto al ministro della Salute Orazio Schillaci di attivare una cabina di regia operativa sulla sanità penitenziaria. Intanto, nelle carceri, continuano le violenze. A Teramo e a Sollicciano-Firenze, ieri, ennesime aggressioni ad agenti penitenziari da parte di detenuti: uno ha rischiato di essere strangolato, l’altro è stato preso a pugni e mandato all’ospedale.