di Liana Milella
La Repubblica, 10 gennaio 2023
Si vota alla Camera da martedì 17, trattativa in alto mare ma FdI frena sull’ipotesi di prendersi tutti i dieci laici perché sarebbe uno sgarbo istituzionale a Mattarella. Sul sito della Camera gli autocandidati.
Il “nuovo” e il “vecchio” si mescolano, fino a confondersi, in questa prossima elezione dei consiglieri laici del Csm. Si voterà a partire dal 17 gennaio. Ma di certo, per la fumata bianca, ci vorranno più giorni. I posti sono dieci. Erano otto nello scorso Consiglio. Il “nuovo” sono le candidature spontanee che si possono scorrere sul sito della Camera, erano 163 fino a ieri sera, di cui 42 donne, tutti e tutte avvocati e professori con almeno 15 anni di anzianità. Una novità frutto della legge Cartabia che ha cambiato le regole di elezione e di funzionamento del Consiglio superiore della magistratura. L’organo di governo autonomo, come lo chiamano le toghe. Il “vecchio” sono le camarille della politica. Dalla quale non arriva ancora una riunione di maggioranza per decidere quanti posti si prenderanno i partiti che la compongono e quanti ne resteranno per l’opposizione. Se ne resteranno.
Ma qui bisogna subito registrare quanto afferma una fonte “meloniana”. Sì, riunioni non se ne sono fatte, ma non corrisponderebbe al vero la diceria che la maggioranza vorrebbe mettere a segno il “colpo gobbo”, pigliarsi tutti e dieci i laici, per fare la voce grossa al Csm e mettersi sotto le scarpe i magistrati. No, e per almeno un paio di buone ragioni. “Innanzitutto non sarebbe nello stile di Giorgia Meloni comportarsi così, e soprattutto farlo con il Csm che vede al suo vertice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella”. E poi: “I magistrati non sono i nostri nemici”.
Che cosa può succedere allora in vista del 17 gennaio? Una riunione della maggioranza di certo entro il fine settimana, e gli indispensabili contatti con l’opposizione, visto che la formula più probabile potrebbe essere quella di un centrodestra che si assegna sette consiglieri laici - tre per FdI, due per la Lega e due per Forza Italia - e ne lascia uno ciascuno alle opposizioni, un laico per Azione-Italia viva, uno per il Pd, uno per M5S. Ancora ieri, nel Pd, correva la voce insistente di una trattativa per due posti. E più di un osservatore sostiene che, viste le posizioni sulla giustizia del Terzo polo (bastino, per tutte, quelle di Enrico Costa di Azione e dello stesso Renzi per Iv), di fatto la destra avrebbe otto laici sui dieci disponibili.
Ma se tutto questo è il “vecchio”, le “vecchie” trattative e lo spoils system, dov’è finito il “nuovo” della legge Cartabia? Di fatto rischia di finire in soffitta. Perché il “nuovo” è rappresentato proprio dalle candidature spontanee di professori e avvocati che però già si sa che verranno ignorate. A tutto vantaggio di quei “fortunati” che all’ultimo momento - forse solo martedì mattina - saranno proposti da una decina di parlamentari appartenenti ad almeno due partiti. Quelli saranno i veri nomi che rischiano di finire al Csm, perché saranno il frutto delle intese di maggioranza e, se regge la formula del “7 più 1 più 1 più 1”, anche con l’opposizione. Una vulgata attribuisce comunque a qualche esponente di Forza Italia di stretta fede berlusconiana l’idea del “sacco” dei togati del Csm. Una minaccia istituzionale che comunque, fino alla fine, resta sul tavolo. E vedremo anche perché.
Nel nulla dunque le autocandidature, salvo che qualcuna non sia stata “pilotata” a dovere. Un elenco che dovrà rispettare l’equilibrio di un 40% di presenza femminile. Che per ora non c’è. Se non dovesse esserci fino a sabato le donne potranno presentare i loro nomi fino a martedì. La legge Cartabia, ovviamente, ha potuto incidere solo sulla parità di genere nelle candidature, ma non è riuscita a imporre la medesima parità anche negli eletti.
È un fatto che nell’elenco degli autocandidati proprio ieri è spuntato un nome femminile di peso, quella di Maria Elisa D’Amico, a tutti nota come Marilisa, ordinaria di diritto costituzionale e prorettore con delega alla legalità, trasparenza e parità dei diritti all’università Statale di Milano. Nonché moglie di Nicolò Zanon, oggi vice presidente della Consulta, ed ex consigliere laico del Csm in quota Pdl. Di professori ce ne sono altri. Come Costantino Visconti che insegna diritto penale a Palermo. O Tommaso Edoardo Frosini, docente di diritto pubblico alla Suor Orsola Benincasa di Napoli. E ancora Renato Marini, figlio d’arte perché suo padre, Annibale Marini, non solo è stato consigliere laico del Csm per An, ma anche presidente della Consulta. Lui insegna diritto privato a Tor Vergata, e suo fratello Francesco Saverio diritto pubblico. Tra i professori ecco il politologo Stefano Passigli e il sociologo e avvocato barese Luigi Pannarale.
Nella lista primeggiano per numero proprio gli avvocati. Da ieri c’è anche Enrico Caratozzolo, al Csm già come consigliere dell’ex presidente Michele Vietti. E poi i milanesi Raffaele Della Valle e Gaetano Pecorella. Il romano Gianluigi Pellegrino. Il palermitano Nino Lo Presti, ex deputato di An ora meloniano. Il radicale Giuseppe Rossodivita. Ma pure ex deputati e senatori con il forzista Ciro Falanga, il vero “padre” della prescrizione berlusconiana in versione ex Cirielli, e cioè Luigi Vitali. Nella lista c’è anche Francesco Urraro, ex senatore M5S passato alla Lega che, con Fabio Pinelli, avvocato pure lui, potrebbero essere gli uomini di Salvini a palazzo dei Marescialli. Anche se Pinelli avrebbe già detto che entra solo se fa il vice presidente.
Non conferma affatto l’intenzione di lasciare il Senato per il Csm Pierantonio Zanettin che usa l’espressione famosa di Tito Livio, “Hic manebimus optime” (qui staremo benissimo). È già stato consigliere a palazzo dei Marescialli per Forza Italia, era prima ed è stato poi di nuovo deputato. Ora è capogruppo in commissione Giustizia al Senato e vuole restare lì.
E qui comincia l’avventura per i futuri neo eletti. Perché sicuramente non troveranno degli “amici” tra i togati del Csm. Ricordiamo che i venti (erano 16 nel consiglio uscente) sono stati votati dai colleghi tra il 18 e il 19 settembre. Così suddivisi: 7 togati di Magistratura indipendente, 6 della sinistra di Area, 2 di Magistratura democratica, 4 Unicost, un unico indipendente, Andrea Mirenda. Nel centrodestra è invalsa l’idea di considerare scontato il voto di Mi e di Unicost. Ma non è affatto detto che andrà così. Perché la linea oltranzista del Guardasigilli Carlo Nordio sulla giustizia - separazione delle carriere, intercettazioni “porcheria”, stop all’obbligatorietà dell’azione penale - potrebbe spingere tutti i togati a scegliere un vice presidente che non sia espressione del centrodestra medesimo. E proprio questo timore, in extremis, potrebbe convincere tutta la maggioranza che tanto vale mandare al Csm dieci togati tutti di destra. Anche se il risultato del voto non cambierebbe affatto, perché venti togati “vincono” contro dieci laici...










