di Conchita Sannino
La Repubblica, 9 aprile 2022
Altolà leghista sulla riforma, Forza Italia risponde all’alleato. Rischia di saltare l’approdo in Aula il 19 aprile. Uno stillicidio. Salterà, verosimilmente, anche la data del 19 aprile per l’esame in Aula della riforma sul Csm. La Lega ieri blocca tutto, Forza Italia risponde alla chiamata, e anche i renziani voltano le spalle.
Con una telefonata alle 19 al coordinatore degli azzurri Antonio Tajani, il capo del Carroccio Matteo Salvini fa saltare il tavolo. Il Pd, furibondo con la responsabile Giustizia Anna Rossomando e il relatore della riforma Walter Verini, a quel punto pretende un nuovo vertice che, via web, si terrà oggi alle 12. Protesta anche il M5S che accusa Salvini “di voler mandare la legge per aria”. Ma è davvero improbabile che il nuovo incontro porti alla quadratura del cerchio: su cui contava la Guardasigilli Marta Cartabia, che era vicina all’accordo anche sulla separazione delle carriere.
L’ipotesi sarebbe quella di prevedere un solo passaggio, nella definizione tra carriera giudicante e carriera requirente. Ma per ora un solo dato è certo: chi riponeva speranze, al tavolo di Palazzo Chigi lo scorso 11 febbraio, su una possibile coesione di maggioranza per portare a casa la nuova legge sull’ordinamento giudiziario, vede la pazienza vacillare. Esattamente due mesi dopo, l’accordo tra i partiti continua a saltare.
Il retroscena è tutto nel colloquio tra Salvini e Tajani. Un altolà leghista che si risolve in un nuovo, clamoroso stop. “Di’ ai tuoi di fermarsi - dice Salvini a Tajani - martedì andiamo da Mario Draghi e affrontiamo con lui tutto, fiducia compresa”. L’incontro Salvini-Draghi era già in programma per il tema fisco, ma a questo punto a una grana se ne aggiunge un’altra. Tajani acconsente, chiama subito Pierantonio Zanettin, titolare per i berlusconiani della trattativa sul Csm. “Se ne riparla la settimana prossima”, gli dice. E la riunione, che già stenta nelle conclusioni, si paralizza. Dalla Lega nicchiano, rinviano: complice (e alibi) l’udienza a Palermo che vede imputato Matteo Salvini, e l’impegno della senatrice Giulia Bongiorno, nella vicenda Open Arms. Il capogruppo del Carroccio Giuseppe Turri continua a ripetere: “Non riusciamo a parlare con lei”.
Il Pd pretende la riunione di oggi, che non porterà soluzioni: anche perché il punto più controverso tutto aperto, quello della legge elettorale, si complica a ogni passaggio. La Bongiorno aveva proposto di sorteggiare i collegi, accorpando all’ultimo momento i sei più grandi ai più piccoli. Ma dal ministero spiegano che mettere in piedi la faccenda è quasi impossibile. Si lavora per sorteggiare le Regioni, ma restano perplessità. Zanettin dice che “il meccanismo non regge perché per fare un sorteggio bisogna avere realtà omogenee”. Le Regioni non lo sono. E non è finita. Bisogna comunque scegliere lo schema con cui votare. La ministra ha proposto il maggioritario binominale, Rossomando chiede che sia ampliata la quota proporzionale. Dal centrodestra, ecco i mormorii: “Rossomando è portavoce delle richieste della sinistra di Area...”.
Sbatte la porta pure Cosimo Maria Ferri, per Iv. I cui vertici, di fatto, gli hanno delegato la trattativa sulla giustizia. Lui fa la voce grossa, parla di “un accordo di maggioranza al ribasso, dove le mediazioni peggiorano il testo”, insomma Iv porterà avanti “le proprie proposte in commissione e in Aula per far riflettere, in modo costruttivo”. Non contento, attacca il segretario di Area, Eugenio Albamonte, il pm romano che ha contestato la sua presenza ai vertici per il conflitto d’interesse, visto che è sotto processo disciplinare al Csm (dopo la vicenda Palamara).
Ferri lo attacca (“le toghe pretendono di decidere la delegazione della maggioranza”), Albamonte replica: “La sua sarebbe la voce fuori dalle correnti, mentre la mia la voce del sistema? I fatti dimostrano cose diverse”. Eppure, qualche passo avanti la ministra Cartabia lo aveva ottenuto. Come la riduzione - da 4 a 1 - dei passaggi da giudice a pm e viceversa, con clausola di salvaguardia. Sarà possibile cambiare casacca entro dieci anni dall’ingresso in carriera, lo si potrà fare sempre dal penale al civile. Ma ora l’intero pacchetto è tra le mani di una maggioranza in pezzi.










