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di Antonella Mascali

Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2022

Martedì la Corte analizzerà il ricorso del 2020 presentato da un mafioso. Ma il Senato ancora non ha votato la proposta di riforma. La Corte costituzionale affronterà di nuovo l’esclusione dalla libertà condizionata per i detenuti di mafia che hanno l’ostativo. Coloro, cioè, che non hanno collaborato con la giustizia. L’udienza ci sarà martedì ed è stata fissata per un ricorso del 2020, ancora una volta della Cassazione, in questo caso della prima sezione penale.

Si tratta della questione già affrontata dalla Consulta un anno fa, quando ha stabilito che anche su questo punto è incostituzionale il 4 bis dell’ordinamento penitenziario, voluto da Giovanni Falcone, che regola i benefici per i detenuti mafiosi e terroristi. La Corte, però, ha rinviato al Parlamento le modifiche della norma, dando un anno di tempo. È il motivo per cui il 31 marzo scorso la Camera ha messo mano al 4 bis e con un testo del presidente della Commissione Giustizia Mario Perantoni, M5S, largamente ripreso dal testo dell’ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, anche lui M5S, ha licenziato la riforma, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato.

Tra i parlamentari pentastellati c’è grande preoccupazione, temono che la Corte entri nel merito del ricorso della Cassazione, senza attendere, quindi, l’approvazione definitiva della legge in Parlamento. Temono che si possano aprire le porte del carcere per i boss tanto che, ieri, ha parlato Giuseppe Conte e ha chiesto al Senato di accelerare l’approvazione della riforma: “Il M5s chiede che ci sia una corsia preferenziale al Senato”, ricorda l’udienza del 10 maggio in Corte e aggiunge: “Non possiamo rischiare che boss mafiosi e condannati per gravissimi reati usufruiscano dei benefici penitenziari e possano uscire dal carcere, in assenza di una disciplina di legge uniforme. Approviamo questa legge al Senato e dimostriamo con i fatti di dare risposte concrete al Paese”.

Se la Corte martedì entrasse nel merito del ricorso sarebbe, a dir poco, una “violazione” del galateo istituzionale che ha sempre seguito dato che il Parlamento ha già dato, con il voto a Montecitorio, il segnale di voler ottemperare a quanto ordinato dalla Consulta. Secondo quanto risulta al Fatto, la Corte propenderebbe, però, per un rinvio dell’udienza che, d’altronde, abbiamo appreso, è stato chiesto dall’Avvocatura dello Stato, la quale rappresenta il governo, che ha come ministra della Giustizia l’ex presidente della Consulta, Marta Cartabia.

La richiesta alla Corte di aggiornarsi viene motivata dall’Avvocatura dello Stato proprio mettendo in rilievo che la riforma dell’ostativo è già in commissione Giustizia del Senato. Invece, la parte ricorrente ha chiesto alla Corte, naturalmente, di deliberare. Ma l’orientamento sembra essere quello di un rinvio non lungo, per rispettare il Parlamento ma anche per dare un segnale al Senato: non può avere tempi biblici.

La prima sezione penale della Cassazione ha sollevato eccezione di incostituzionalità rifacendosi alle pronunce della stessa Consulta e della Cedu. Nel 2019, c’è stata la prima decisione della Corte costituzionale, a ottobre, in merito ai permessi premio. In quel caso ha deliberato che possono essere concessi, in determinati casi, anche a chi non ha collaborato con la giustizia. Per la Corte non può esserci una presunzione di pericolosità “assoluta” in caso di mancata collaborazione e l’ha trasformata in “relativa”.

Il 15 aprile 2021 la stessa Corte ha fatto un altro passo, ancora più rilevante, forse insperato per i mafiosi che adesso intravedono le porte del carcere che si aprono. Ha dichiarato incostituzionale pure l’ostativo alla libertà condizionale se non si è collaboratori di giustizia, accogliendo così - ancora una volta - la tesi della Cassazione. Con una differenza, però, rispetto al 2019: ha scelto una “terza via”. Come accennato, ha anche deciso l’intervento del Parlamento, tenendo conto di quanto indicato dai giudici: “Sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia”.

Nel testo licenziato a Montecitorio si stabilisce che il boss detenuto può chiedere i benefici, ma deve portare le prove che non ha più collegamenti con l’organizzazione criminale d’appartenenza e che non c’è il pericolo che li ripristini. Inoltre, deve aver risarcito le vittime o dimostrare che era impossibile per lui farlo. Obbligatori gli accertamenti patrimoniali anche per il nucleo familiare. Il Tribunale di Sorveglianza deve chiedere il parere ai pm antimafia di competenza.