di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 16 gennaio 2024
Se si pensa all’odio social, cioè a quello su cui si dibatte in questi giorni, non possiamo ignorare una differenza fondamentale: gli “hater” digitali non sono animati da ira invecchiata, ma da ira impulsiva e immediata, scatenata senza ragioni. Leggendo, sulla “Lettura”, la pagina di Giuseppe Antonelli sulla lingua dell’odio e scorrendo un bell’intervento di Paola Giacomoni sulla “dissonanza dell’odio” nel sito leparoleelecose.it, mi sono ricordato di un paio di scenette a cui ho assistito di recente. Su un vagone della metropolitana a Milano, entra un allegro gruppo di liceali, parlano della mattinata appena trascorsa a scuola e un compagno rimprovera all’altro di aver fatto, durante l’interrogazione, la “figura del mongoloide”.
C’è di peggio, ovviamente. Qualche settimana fa al mercato, un tizio sulla trentina si avvicina a un fruttivendolo, gli dà una manata e gli urla a mo’ di saluto cameratesco e canzonatorio: “Ciao negro”. L’altro, in tutta evidenza non africano, gli risponde alla pugliese: “Assòreta”, cioè: “negro dillo a tua sorella”, e giù risate. Insomma, una serie di espressioni tutt’altro che politicamente corrette (piuttosto razziste, sessiste, discriminatorie eccetera), anche se certo non assimilabili alle parole dell’odio che circolano, per esempio, nei social. Non viviamo in un paese “civilmente rispettoso”, per usare l’espressione consigliata da Antonelli. Venendo all’odio vero e proprio, non trovo definizione migliore, nell’accezione classica, di quella proposta dal maestro di Dante, Brunetto Latini, in un trattato sulla retorica: “Odio non è altro se non ira invecchiata”.
Il famoso dizionario storico Battaglia registra la frase di Brunetto come prima occorrenza italiana della parola: siamo nella metà del Duecento. Ma se si pensa all’odio social, cioè a quello su cui si dibatte in questi giorni, non possiamo ignorare una differenza fondamentale: gli “hater” digitali non sono animati da ira invecchiata, ma da ira impulsiva e immediata, scatenata senza ragioni. C’è poi un’altra dimensione dell’odio. Per esempio quello politico-antropologico. Quasi tre secoli dopo Brunetto, monsignor Giovanni Della Casa (l’autore del Galateo) si soffermava sull’argomento in una lettera al cardinal Carafa, pensando al “negozio” di pace tra Enrico II e Filippo II: “L’odio è sdegno confermato nell’animo d’alcuno, il quale non si sazia giammai, né s’acqueta, se non col disfacimento del nemico, anzi contra lui più s’infiamma, quanto più il vede afflitto, e misero divenire...”. Dopo mezzo millennio, siamo sempre là.










