di Giorgia Serughetti*
Il Domani, 30 aprile 2026
L’aspetto più peculiare di questo tempo in cui gli avversari politici sono trasformati in nemici esistenziali è l’uso della figura della vittima come leva per l’esercizio della violenza. Spari alla manifestazione del 25 aprile a Roma; spari nello stesso giorno a Washington, alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca all’hotel Hilton. Del secondo episodio sappiamo che il responsabile è un trentunenne incensurato, Cole Tomas Allen, presumibilmente intenzionato a colpire il presidente Trump che in vari post sui social paragonava a Hitler. Per il primo, che ha visto il ferimento di due militanti dell’Anpi, è stato arrestato ieri il ventunenne Eitan Bondi, che alla polizia ha detto di far parte della Brigata ebraica, l’associazione che è stata negli ultimi giorni al centro di furiose polemiche dopo il suo allontanamento dal corteo di Milano.
La coincidenza tra due fatti così diversi per contesto, motivazioni, bersagli e conseguenze è puramente temporale. Ma invita a riflettere sul significato della violenza politica in un tempo di crescente polarizzazione affettiva e insieme di crisi dei soggetti e dei canali del conflitto politico strutturato. “Odio” è la parola che ricorre più spesso per dare ragione del comportamento di singoli, normalmente giovani uomini, che si armano per colpire quello che avvertono come origine dei propri mali. E l’odio è spesso evocato dai potenti come origine del male che si volge contro di loro, anche quando sono i primi ad alimentare un clima di feroce contrapposizione.
Ma l’aspetto più peculiare di questo tempo in cui gli avversari politici sono trasformati in nemici esistenziali è l’uso della figura della vittima come leva per l’esercizio della violenza. La violenza rovina la festa della Liberazione: spari contro l’Anpi, lite sulla Brigata ebraica La postura vittimaria è sfruttata a piene mani dai potenti, che volgono la violenza e l’odio nei propri confronti in un segnale della propria eccezionalità, e la capacità di sopravvivere alle minacce di morte in una prova di forza straordinaria. Per questo, sono in grado di rovesciare la narrazione e presentare la violenza subita come giustificazione per quella esercitata.
Donald Trump è maestro in quest’arte, come lo è Netanyahu, e appena meno maestria mostrano i nostri Salvini e Meloni, che non mancano occasione di presentarsi come bersagli di disegni ostili. Ma assumere il ruolo di vittima può avvantaggiare anche soggetti non politici, tanto più se in grado di chiamare a propria difesa la storia, oltre ai poteri costituiti. È il caso proprio della Brigata ebraica, la cui contestazione a Milano è stata equiparata dal ministro Piantedosi agli spari di Roma. Ora l’associazione condanna la violenza di Eitan Bondi, e l’uso che l’attentatore ha fatto del suo nome. Prende le distanze anche la comunità ebraica di Roma.
Ma non è difficile immaginare che a far sentire il ventenne giustificato a sparare sia stata l’insistenza sull’odio antisemita diffuso negli ambienti antifascisti, le accuse ripetute lanciate contro soggetti come l’Anpi che l’antisemitismo hanno passato una vita a combatterlo. La retorica politica è divenuta ovunque più polarizzante, tendente alla demonizzazione dell’avversario. E questo favorisce l’estremismo e la crescita della violenza.
Accade soprattutto negli Stati Uniti, ma evidentemente non solo. La destra erede del fascismo eviti di dare lezioni su Israele Non si comprenderebbe però questa violenza di tipo nuovo, agita da singoli senza vere affiliazioni politiche, se, accanto al clima di profonda divisione, non si considerassero anche fattori come l’erosione della fiducia nelle norme e istituzioni democratiche, soprattutto l’ostruzione percepita dei canali tradizionali di partecipazione e di conflitto.
Nel gesto violento si manifesta forse l’illusione di risolvere a livello individuale la crisi di un ordine che si era creduto eterno. Gabriele Segre, ne “La fine della fine della storia” (Bollati Boringhieri), parla di un “trauma collettivo” che “non trova un canale di espressione”, limitando la nostra capacità di immaginare il cambiamento e di costruire un futuro. Soprattutto, di immaginarlo attraverso la politica come “esperienza psicologica condivisa”. È questo sentimento di impotenza che, al di là delle responsabilità individuali e collettive, dovrebbe interrogarci. Perché la violenza una cosa fa di certo, anche quando fallisce il bersaglio: uccide la politica.
*Filosofa









