di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 1 giugno 2023
Migliaia di pratiche bloccate, il Viminale: “Nessuna strategia dilatoria”. Aumentano i ricorsi dei richiedenti. E le emergenze si sommano a quella ucraina. Anees e Lafuz bussano per la prima volta alla questura di Parma il 26 maggio 2022: uno in fuga dal Pakistan, l’altro dal Bangladesh, lungo la rotta balcanica, 6.500 chilometri di paura e sevizie. Chiedono asilo. Non riescono neppure ad arrivare allo sportello: “Tornate tra una settimana”. Ma ogni settimana vengono rimandati alla successiva, finché viene detto loro che “senza un domicilio non possono nemmeno registrare la domanda”, primo passo dell’iter burocratico. Se registrassero la domanda, avrebbero almeno accesso a un centro d’accoglienza gestito dalla prefettura che servirebbe da domicilio... per registrare la domanda: è un limbo in cui finiscono incastrati, secondo stime delle associazioni di volontari, forse ventimila profughi l’anno, ai quali non resta che la strada.
Là dove è rimasto un altro pachistano, Ahmed, dall’8 agosto 2022 al 17 gennaio 2023, finché la giudice Alessandra Filoni, su istanza dell’avvocato Paolo Cognini, non ha condannato il “cortocircuito logico” in cui era imprigionato ad Ancona, descrivendo un paradosso da Comma 22: “Il soggetto giunge in Italia, privo di domicilio, per ottenere la protezione internazionale; suo malgrado non viene collocato nei centri di accoglienza, che costituirebbero anche domicilio valido per le notifiche, per un’asserita indisponibilità di posti (peraltro non documentata) e, per l’effetto, non ottiene la formalizzazione della domanda...”.
I tre giorni - La direttiva Ue 2013/32 prescrive “tre giorni lavorativi” (fino a dieci in casi particolari) per il passaggio preliminare della procedura. In Italia la politica ha molto discusso sulla protezione speciale (una tutela meno cogente, di fatto quasi abolita col decreto Cutro ora convertito in legge). Ma in realtà i rifugiati possono impiegare anche sei mesi solo per formalizzare nelle questure la richiesta di protezione internazionale, la tutela principale, concessa loro in base all’articolo 10 della Costituzione. “Sulle richieste d’asilo non esistono contingentamenti, non si possono fare quote”, spiega Riccardo Tromba, uno degli avvocati che per l’associazione Naga forniscono assistenza agli stranieri: “Così dal 2018 si è andati tagliando risorse: se non si dispongono gli uffici in modo tale da rispondere alle domande di chi si presenta, di fatto si contingentano gli accessi”. Sei mesi. Tanto ci hanno impiegato Anees e Lafuz, che insieme a una ventina di compagni hanno bivaccato nell’attesa sui marciapiedi di Parma, finché l’avvocato Calogero Musso, per conto della onlus Ciac, non ha ottenuto dal tribunale di Bologna un’ordinanza che ha imposto alla questura di registrarne le richieste d’asilo, poi al vaglio delle commissioni territoriali.
“Prassi illogiche” - Nel 2022, secondo il Consiglio italiano per i rifugiati, su oltre 77.195 richieste, le domande esaminate in Italia sono state 52.625: il 53% ha ricevuto un diniego (27.385), il 12% il riconoscimento dello status di rifugiato (6.161), il 13% la protezione sussidiaria (6.770), il 21% la protezione speciale (10.865) usata un po’ da tappabuchi. I posti nei centri ora scarseggiano e si tende comunque a serbarne una parte per eventuali ondate d’emergenza. Così il diritto d’asilo di fatto dilazionato e denegato sta producendo ricorsi dei migranti e ordinanze dei tribunali, che sovente sanzionano “iniziative repressive” e “prassi illogiche”. Da Milano ad Ancona, da Roma a Bologna, i giudici colmano un vuoto forse politico prima ancora che organizzativo.
La prova di ospitalità - A novembre un accesso civico agli atti di “Altreconomia” su un campione del 70% delle questure ha rivelato prassi diffuse: “Si pretendono “prove di ospitalità” che un richiedente asilo appena arrivato in Italia con le proprie gambe e non inserito in accoglienza non potrà mai avere o addirittura certificati di famiglia in caso di figli minori al seguito, tradotti e “legalizzati” dalle ambasciate di quei Paesi dai quali le persone stanno fuggendo”. Il tribunale di Torino, intervenendo sulla questura di Alessandria, ha ribadito che per presentare la domanda è sufficiente “una semplice situazione di transeunte dimora”, basta insomma “trovarsi fisicamente nel territorio di un Comune”. Secondo il mensile milanese, la prassi di imporre la “dichiarazione di ospitalità” si riscontra almeno a Pordenone, Reggio Emilia, Rovigo, Sassari, Siena, Siracusa, Taranto, Aosta, Caltanissetta, Como, Ferrara, Forlì, Lecce, Nuoro, Modena, Palermo, Pesaro, Napoli.
Fonti del Viminale non negano il problema, pur parlando di “una attesa media di 70-80 giorni” complicata da talune emergenze, come quella ucraina. Negano però strategie “dilatorie” per diluire l’impatto sull’assistenza: “C’è un metabolismo di queste procedure diverso da Bolzano a Palermo” e l’asilo in quanto tale “è una delle mansioni” cui sono chiamati gli uffici. Si prevedono assunzioni di interinali a giugno. I naufraghi raccolti dalla Guardia costiera hanno una corsia più semplice. “La domanda viene formalizzata più velocemente e vengono smistati nelle strutture d’accoglienza”, dice Gianfranco Schiavone, avvocato dell’Asgi: “Ma verso chi entra in via autonoma, per mare o per terra, viene eretto un muro, come fosse una categoria giuridica diversa”.
Il caso Milano - Un caso nel caso è Milano: 6.890 richieste solo nel 2022, limbo ogni settimana più affollato. Nella caserma di via Cagni le tensioni alle transenne dei richiedenti asilo hanno causato scontri, cariche, lacrimogeni, un caos oggetto dell’interrogazione parlamentare di Riccardo Magi il 17 marzo. La questura ha così deciso di spostare online gli appuntamenti, ma senza successo: “Tranne alcuni istanti alle otto del mattino, a ogni clic il sistema risponde che non ci sono date disponibili”, sostengono al Naga. Pochi, malpagati e sotto pressione, i poliziotti sono le seconde vittime di questo ingorgo. “Io vengo dalla Sicilia, per me sono eroi comunque. Sono lasciati soli a gestire una enorme emergenza continua. Le nostre posizioni e quelle del sindacato di polizia Siulp non sono distanti”, concede Musso. I suoi assistiti Anees e Lafuz alla fine hanno ottenuto rifugio al Cara di Crotone, un centro con una lunga storia di problemi. Gli hanno mandato foto di mense e camerate, lamentando condizioni pessime. Poi, una sera, non sono più rientrati. Andando ad accrescere il mezzo milione di invisibili da anni alla deriva nel nostro sistema al collasso.










