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di Francesco Kostner

L’Unità, 1 maggio 2026

Certe storie dovrebbero essere conosciute e meditate da tutti. Per capire meglio quanta sofferenza c’è in giro. Dietro ogni angolo. Magari a poca distanza da ognuno di noi. Spesso senza che se ne abbia contezza. E avere conferma, se ce ne fosse bisogno, che la vita non riserva a tutti lo stesso trattamento. Ho fatto più o meno le stesse considerazioni, ma con un coinvolgimento emotivo e un dispiacere personale ancora più accentuati che in passato, dopo avere letto l’articolo che lo scorso 7 aprile Sergio D’Elia ha dedicato su l’Unità alla drammatica e, aggiungo, assurda vicenda giudiziaria dell’ergastolano di Platì Domenico Papalia, dietro le sbarre da oltre cinquant’anni e gravemente ammalato. È in serio pericolo di vita.

Secondo una recentissima perizia di parte, il suo tumore si è diffuso con nuove metastasi ai linfonodi e soprattutto alle ossa, che rischiano di sbriciolarsi da un momento all’altro. La sua malattia si aggrava di giorno in giorno e necessiterebbe di cure continue non differibili che non sono praticabili in ambiente carcerario. Mentre scrivo, il magistrato di sorveglianza attende ancora e da settimane dalla direzione sanitaria del carcere di Parma una relazione medico-legale per decidere sul differimento pena. Tutto ciò fa a cazzotti con qualunque idea di Stato di diritto e principio di umanità e funzione rieducativa della pena e, soprattutto, col percorso di recupero civile e culturale compiuto da Papalia nel corso della sua lunghissima detenzione vissuta sempre con una dignità e una compostezza che meritano grande rispetto e considerazione.

Conosco Domenico Papalia dal 1993 e ho sempre convintamente creduto che, non da oggi, avrebbe potuto e dovuto trovarsi fuori dal carcere. Non in una qualunque città italiana, ma a Platì, nel comune in cui è nato ottantuno anni fa. E non per una sorta di romantico ritorno alle radici, ma per una ragione molto più importante e significativa: la possibilità di dare testimonianza concreta della sua palingenesi umana, di essere una sorta di testimonial della legalità e del rispetto dello Stato. Per Platì, per i suoi giovani, e ovviamente per lo stesso Papalia, sarebbe il modo anche di capovolgere l’equazione che accomuna la considerazione collettiva (non solo in Calabria) verso questo luogo, appunto, Plati, i suoi abitanti, e questo suo cittadino incappato nelle maglie della giustizia, fino a essere condannato all’ergastolo. Sarebbe anche un grande contributo alla conoscenza della realtà e delle vicende che riguardano, assieme a Platì, tanti altri comuni calabresi, sui quali pesano inaccettabili pregiudizi e arbitrarie e riduttive semplificazioni. Il tutto funzionale, quasi per una sorta di inappellabile regola generale, alla catalogazione di questi “mondi” nel girone infernale delle dimensioni fisiche e umane irrecuperabili. Una condizione naturale e “strutturale”, in altre parole, che impedirebbe a luoghi e persone di questi contesti di rivendicare il diritto a una normalità ontologica, cosmologica ed escatologica. Una teorizzazione evidentemente inaccettabile.

Ebbene, l’intenso e appassionato articolo di Sergio D’Elia è un ottimo strumento per provare a ragionare in modo adeguato. Con equilibrio. Serenità di giudizio. Appunto senza le antiche preclusioni cui ho fatto cenno. E, dunque, non solo per conoscere e comprendere il dramma umano di Domenico Papalia, ma anche per fare i conti con sé stessi. Sia quanti credono che un cittadino della Repubblica Italiana, che ha certamente e non poco sbagliato nella vita, ma che da mezzo secolo sta pagando un conto pesantissimo alla giustizia, abbia il diritto di trascorrere il poco tempo che gli rimane fuori dal carcere; sia chi ancora si ostina a non riconoscere che Papalia non solo ha dimostrato di essere riuscito a riabilitare sé stesso, ma di avere offerto un contributo notevole al senso della pena in relazione alla sua funzione costituzionale e, dunque, al recupero del condannato.

D’Elia invita tutti a riflettere sull’inumana e brutale condizione fisica e morale in cui è costretto a vivere Papalia. E a non rimanere indifferenti di fronte a tanta sofferenza. In un certo senso, invita ognuno di noi a caricarci sulle spalle una vicenda che rischia - se non l’ha già fatto - di indebolire pesantemente la credibilità dello Stato, circa la funzione rieducativa del carcere, cui si associa il diritto da parte di chi ha sbagliato di continuare a credere nella possibilità di avere un pezzo di futuro. Credo sia amore anche questo. Speranza anche questo. Diritto anche questo. Misericordia anche questo. Azione civile anche questo. Per Domenico Papalia e per i tanti che, come lui, pur avendo sbagliato, in molti casi gravemente, sono pronti a dimostrare che il tempo in carcere li ha profondamente cambiati.