di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 maggio 2026
Trenta giorni. Tanto ci è voluto per aggiungere altri 500 detenuti a un sistema già al limite. Ogni mese aumentano. Al 30 aprile le persone rinchiuse nelle carceri italiane sono 64.436, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti. Significa 13.171 persone in più di quanto il sistema potrebbe tecnicamente ospitare, con un tasso di sovraffollamento che supera il 125 per cento. In realtà il numero del sovraffollamento è anche maggiore, perché alla capienza regolamentare andrebbero sottratte migliaia di celle inagibili. Al 31 marzo erano 63.997, con un eccesso di 12.738 rispetto alla capienza. Un mese, 439 detenuti in più: la tendenza è esattamente questa, ed è la direzione in cui si muove il sistema da anni. I dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) sono pubblici, aggiornati, disponibili per chiunque voglia leggerli, e non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti. I numeri parlano da soli.
Guardare istituto per istituto è l’unico modo per capire di cosa si parla davvero, perché le medie nazionali appiattiscono le differenze e nascondono le situazioni più gravi. A Brescia Canton Mombello ci sono 382 detenuti in un carcere che ne può accogliere 182: oltre il doppio. A Lodi i posti regolamentari sono 45, le persone recluse 91. A Latina la capienza è di 77 unità, i detenuti presenti 157. A Udine si sale da 89 posti a 182 presenti. Verona Montorio ospita 633 persone su 335 posti regolamentari. Foggia ne ha 678 su 364. Bergamo 578 su 319. Busto Arsizio 440 su 240. Chieti 147 su 79. Isernia 80 su 44. In ognuno di questi istituti il sovraffollamento supera il 180 per cento. Alcuni toccano o superano il 200 per cento. Sono numeri che non hanno bisogno di commento: dicono che in molte celle c’è il doppio o più del doppio delle persone che ci dovrebbero stare. Rispetto a marzo, la situazione in molti istituti è rimasta stabile o è peggiorata di qualche unità.
Poi ci sono le grandi carceri, quelle che in termini assoluti reggono la maggior parte del peso. Napoli Poggioreale conta 2.247 detenuti in un istituto con capienza di 1.616: 631 persone in eccesso. Napoli Secondigliano ne ha 1.580 su 1.112 posti. Roma Rebibbia ci sono 1.670 detenuti per 1.171 posti regolamentari. Lecce arriva a 1.402 detenuti con 798 posti disponibili: quasi il doppio. Taranto tocca 823 su 500. Salerno 611 su 376. Rieti 529 su 295. Bologna 858 su 507. Teramo 452 su 255. Roma Regina Coeli ha 848 detenuti su 628 posti. Viterbo 669 su 440. Frosinone 655 su 517. Il confronto con i dati di marzo conferma la tendenza di fondo: ogni mese i numeri crescono, la capienza rimane ferma, e il divario si allarga progressivamente.
73 morti dall’inizio dell’anno - Dal primo gennaio al 5 maggio di quest’anno, nelle carceri italiane sono morte 73 persone. Diciassette si sono tolte la vita. Le altre 56 sono decedute per cause diverse. I dati vengono da Ristretti Orizzonti, la redazione che da anni monitora sistematicamente i decessi negli istituti penitenziari di tutta Italia e che rappresenta una delle poche fonti di rilevazione continuativa su questo fronte. È quasi una media di tre morti a settimana, una cadenza che non accenna a rallentare.
Il sovraffollamento non è solo una questione di spazio fisico. È un problema di salute, di sicurezza, di legalità costituzionale. Celle pensate per due persone che ne ospitano molte di più. Ore d’aria ridotte al minimo. Attività educative e lavorative impossibili da garantire quando i numeri superano ogni soglia di ragionevolezza. Personale di polizia penitenziaria che lavora in condizioni estreme, educatori e psicologi in numero del tutto insufficiente rispetto alla popolazione detenuta. Tensioni quotidiane che non trovano sbocco. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha ribadito in più occasioni che condizioni strutturali di questo tipo configurano trattamenti degradanti, indipendentemente dall’intenzione di chi gestisce il sistema. E che nessun piano edilizio, da solo, è in grado di risolverle.
Va ricordato che l’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti nelle carceri. La sentenza Torreggiani del 2013 era arrivata con la forza di un richiamo istituzionale inequivocabile. A distanza di oltre dieci anni, le stesse strutture ospitano condizioni identiche se non peggiori: il numero dei detenuti è più alto di allora, la capienza è rimasta sostanzialmente ferma, e la risposta dello Stato è sempre la stessa.
Il paradosso del mattone - In quattro anni di governo, nessuna misura deflattiva concreta è stata adottata per alleggerire la pressione sul sistema penitenziario. Nessuna riforma organica dell’accesso alle misure alternative alla detenzione. Nessun intervento significativo sulla custodia cautelare, che in Italia rappresenta ancora una quota rilevante della popolazione carceraria. Nessun piano serio deflattivo. La scelta è stata un’altra, l’unica: puntare sull’edilizia. Costruire, ampliare, inaugurare.
Il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria ha un cronoprogramma che prevede oltre 10.000 nuovi posti entro il 2027. Ma i fatti raccontano un’altra storia. Nel 2024 il governo aveva annunciato 7.000 nuovi posti entro la fine del 2025: ne sono stati resi effettivamente disponibili appena qualche decina, mentre la popolazione carceraria nello stesso arco di tempo è cresciuta di oltre 1.200 unità. La Corte dei conti ha già segnalato ritardi strutturali nell’attuazione del piano e criticità nelle procedure di appalto. Non è andata meglio sul versante delle inaugurazioni: il carcere minorile di Lecce, aperto in pompa magna il 20 novembre 2025, aveva il soffitto che perdeva acqua, l’impianto antincendio non funzionante e l’organico degli agenti sottodimensionato. Nordio, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha liquidato il tutto come “inconveniente tecnico che ben può verificarsi nell’ambito di realizzazione di qualsivoglia intervento edilizio”.
Ma il vero problema non è nemmeno la lentezza dei cantieri o la qualità delle costruzioni. È che costruire nuove carceri o aggiungere padiglioni a quelli esistenti non riduce il sovraffollamento: in molti casi lo alimenta. Ogni nuovo posto tende a riempirsi rapidamente, perché il sistema si adatta espandendosi senza mai intaccare le cause che producono l’eccesso di detenuti. È quello che il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha descritto con precisione: l’aumento della capacità detentiva viene colmato da un numero crescente di ingressi, generando un ciclo continuo tra carenza di spazi, irrigidimento delle politiche penali e carenza di personale. Più posti, più detenuti. Il mattone insegue il sovraffollamento e non lo raggiunge mai. Non lo raggiungerà mai, finché il problema viene affrontato soltanto da quella parte.
Non è una teoria astratta. È quello che è già accaduto con tutti i piani edilizi del passato, dal maxi-piano del governo Berlusconi ai progetti successivi: annunci, cantieri avviati, strutture inaugurate, sovraffollamento rimasto intatto o cresciuto. Aggiungere spazio fisico senza ridurre il flusso di chi entra in carcere è come tentare di svuotare l’oceano con un cucchiaino. I 13.171 detenuti in eccesso che i dati del Dap fotografano al 30 aprile non aspettano i padiglioni del 2027. Sono già lì, adesso, in celle che non li possono contenere.











