di Alessandro Trocino*
linkiesta.it, 17 aprile 2025
Non ci sono eroi in carcere. Ma uomini. Che noi non vediamo, o non vogliamo vedere o fingiamo di non vedere. Troppa fatica allungare lo sguardo, abbracciare la miseria nelle strade e scorgere quel che c’è oltre le mura di quei fortini guardati a vista dalle altane da agenti con il basco blu. Della loro disperazione ci arriva solo una eco. Quella morte improvvisa è suicidio? Quel ragazzo che ha inalato gas dal fornelletto da campeggio voleva solo stordirsi o uccidersi? Nel 2024 siamo arrivati a 79 vittime, come dice il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, anzi a 89, come dice l’associazione Ristretti Orizzonti. Saranno poche o tante? I numeri si accumulano, ma non parlano da soli. Annoiano, anestetizzano. Sembriamo distratti.
Niente sembra scuoterci. I suicidi in carcere sono un tabù, non per ragioni etiche ma strutturali. “Carcer”, la parola latina da cui deriva, significa “recinto”. Il suo scopo è proprio espellere e recintare coloro che non riteniamo degni di appartenere alla nostra comunità o che consideriamo pericolosi. Li confiniamo in un mondo a parte, chiuso, dove non possano vedere altro che uno spicchio di cielo e la ferocia della solitudine. La loro sorte è quella di essere nascosti, dimenticati, seppelliti vivi. Fantasmi. Sono uomini e donne che sottraiamo volontariamente alla nostra vista. Il carcere è una realtà che non vediamo e che non vogliamo vedere.
È un “fastidio” per noi quando qualcuno decide di impiccarsi con un lenzuolo. Quando scoppia una rivolta, si incendiano materassi, si fanno battiture sulle porte blindate. Siamo tutti un po’ seccati. Abbiamo altro da fare, altre passioni, altre preoccupazioni, le tasse, il lavoro, il calcio, l’amore, la vita. Non abbiamo, forse, costruito il diritto, i tribunali e le carceri per allontanarci da tutto questo?
Un rimedio perfetto. Se non fosse che non possiamo non occuparcene, per molte ragioni. Perché quei fantasmi rischiano di materializzarsi, prima o poi, davanti ai nostri occhi. Perché quei criminali non è detto che siano tutti criminali. Molti, circa un terzo, sono in custodia cautelare, cioè non sono mai stati condannati, talvolta neanche in primo grado. Diversi finiranno assolti, o prosciolti senza neanche essere rinviati a giudizio, innocenti finiti in cella per errore. Quanti anni sono passati dal film di Nanni Loy con Alberto Sordi, Detenuto in attesa di giudizio? Cinquanta? E sarebbe così fuori dal tempo se uscisse ora?
Là dentro, in quei posti che non vogliamo vedere, potremmo finirci anche noi, un amico, un parente, tra un giorno, un mese, un anno. Facciamo fatica a crederlo, dall’alto delle nostre certezze. Eppure il “noi” e il “loro” sono pronomi interscambiabili. Qualcuno si impiccherà e qualcuno dirà: giustizia è stata fatta. Altri resisteranno alla ferocia del buio, allo “splendore dei supplizi”, e torneranno fuori, tra noi. Se saranno ancora pronti a rubare, a ferire, a uccidere, dipenderà anche da come ci saremo occupati di loro.
C’è un film del 2023, una commedia nera del regista finlandese Teemu Nikki dal titolo: La morte è un problema dei vivi. Lo è di certo la morte di chi viene ucciso da qualche criminale, ma lo è anche la morte di tutte le persone che si sono suicidate in carcere in questi anni e che nel 2024 hanno superato il numero record del 2022, che era di 84.
Mentre scrivevo questo libro ho pensato spesso che le biografie sono atti di arroganza: ci si assume il rischio di raccontare quel che non si è vissuto, sulla base di quello che si sa, che si è riusciti a capire, con il rischio di parlare più di sé che delle persone raccontate. Ho provato a ridurre il rischio, scrivendo queste storie con una lingua quasi cronachistica. Non solo per restare aderente ai fatti, ma perché la vita dei reclusi non merita troppi aggettivi, figure retoriche, artifici. E i morti non devono subire un altro oltraggio, oltre a quello dell’oblio: non devono diventare materia per un esercizio di stile o per un racconto morboso, patetico.
*Tratto da “Morire di pena. 12 storie di suicidio in carcere”, di Alessandro Trocino, Editori Laterza, 176 pagine, 13,30 euro











