La Nuova Sardegna, 21 giugno 2019
La mostra racconta l'ambiente esterno attraverso i quadri e i lavori artigianali. Secondo Harari, il giovane storico israeliano le cui opere sono oggi degli autentici best-seller, ciò che ha reso l'uomo quello che in effetti è diventato è l'immaginazione. Per Jean-Paul Sartre, questa non solo qualificherebbe l'homo sapiens, proprio come dice Harari, ma addirittura gli conferirebbe il potere di trasformare il mondo e infrangere le barriere di un presente opprimente. Qualcosa di simile lo hanno sperimentato i detenuti della struttura carceraria di Nuchis realizzando i lavori che saranno in mostra allo Spazio Faber sino al 22 giugno. Per giungere a questo risultato è stato necessario il coinvolgimento di più soggetti, a partire dalle professionalità che operano nel carcere, la stessa direzione e gli enti (Comune, Lions, cooperativa Il piccolo principe) che hanno patrocinato l'evento.
L'effetto finale è stato il prodotto di una sinergia collaborativa che ha consentito ai detenuti che si sono cimentati in diverse forme di arte (lavori artigianali, quadri) di raccontare l'ambiente esterno. Non come sarebbe venuto loro in mente di immaginarlo a occhi chiusi, ma con il supporto di un team di fotografi e artisti del territorio che, coordinati da Massimo Masu, hanno fornito materiali su cui riflettere e lavorare.
Una sorta di "in & out" all'insegna della massima creatività, verrebbe da dire, perché, come spiega Edy Baldino, garante dei diritti dei detenuti a Tempio, "l'idea guida è stata quella di porre l'arte come ponte tra il dentro e il fuori".
A giudicare dalla qualità di molti dei lavori esposti, il risultato sembra essere stato raggiunto. Lo pensa Massimo Masu, fotografo professionista, curatore dell'esposizione, e così anche Franco Pampiro, che, insieme a Antonello Naitana e Massimo Gobbi, ha "foraggiato" la creatività degli artisti detenuti, fornendo il materiale fotografico che hanno utilizzato per ispirarsi.
Tra le opere del "Varco nel muro" (titolo a dir poco eloquente della mostra) sono davvero tante quelle che, per così dire, catturano l'occhio. Tra queste non può non richiamare l'attenzione che merita il quadro di Massimiliano Avesani, il detenuto che in carcere ha affinato il suo estro creativo, diventando scrittore e pittore. Il suo quadro colpisce per il valore emblematico dei contenuti: quattro mezze figure, ritratte senza testa e busto, che percorrono l'atrio di un anonimo edificio che non può non far pensare al carcere, sotto la luce artificiale dei neon e in un involucro spaziale diviso in piccoli quadrati che danno l'idea di un ambiente privo di una vera soglia. Un "dentro" che esclude ermeticamente lo spazio esterno e che, seppure per qualche giorno, è riuscito a gettare un ponte con il mondo di fuori.










