di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 17 aprile 2023
La strage di Erba: tutti i processi e le prove, dalla macchia di sangue alle parole scritte da Olindo Romano in carcere (“Dio perdonaci, abbiamo tolto la vita a Youssef”). Dopo la confessione, lui e la moglie Rosa Bazzi hanno ritrattato. Perché, oggi, il sostituto procuratore generale di Milano chiede di riaprire il caso.
Si dirà: un processo con un testimone oculare (per altro pure vittima, perché provarono a sgozzarlo) è un processo “blindato”. Nel senso che agli inquirenti capita raramente la fortuna, chiamiamola così, di avere come fonte di prova il racconto di chi c’era e può riferire. Se poi oltre al testimone oculare il processo parte con la confessione degli assassini - guarda caso uno dei due indicato proprio dal teste - allora è fatta. E se, ancora, una macchia di sangue completa il quadro aggiungendo anche l’elemento della prova scientifica, i più tenderanno a pensare che nulla potrà mai più smontare l’impalcatura dell’accusa. Nemmeno se nel frattempo i due rei confessi ritrattano tutto.
E invece no. Invece succede che dopo primo grado, secondo grado e Cassazione, che condannano i due imputati all’ergastolo, un sostituto procuratore generale studi il caso per mesi da capo a piedi, si convinca della loro innocenza e scriva una richiesta di revisione del processo “in tutta coscienza, per amore di verità e di giustizia e per l’insopportabilità del pensiero che due persone, probabilmente vittime di errore giudiziario, stiano scontando l’ergastolo”.
I fatti del 2006 - Stiamo parlando della strage di Erba, la sera dell’11 dicembre del 2006. Furono uccisi barbaramente Raffaella Castagna, il suo bambino Youssef, che aveva due anni, e sua madre Paola Galli. E fu uccisa anche Valeria Cherubini,che era invece la vicina di casa di Raffaella. Mario Frigerio, suo marito, fu sgozzato, appunto, ma non morì soltanto perché aveva una malformazione alla carotide. Tutto questo per mano di Olindo Romano e Rosa Bazzi, così ci hanno detto le sentenze scritte fin qui. Rosa e Olindo erano la coppia del piano terra in perenne lite con Raffaella e suo marito, il tunisino Azouz Marzouk. Liti sui rumori, insulti, minacce reciproche, una querela in corso per lesioni e ingiurie, un’udienza fissata davanti al giudice di pace da lì a pochi giorni... Insomma: un quadro che la coppia viveva con esasperazione, al punto da dormire a volte nella roulotte, in cortile, pur di sfuggire a voci e rumori del piano di sopra.
La richiesta di revisione - La richiesta di revisione, dicevamo. È firmata dal sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser e non è stata presentata direttamente alla corte d’Appello di Brescia, titolata a esprimersi sulla questione, ma alla procuratrice generale di Milano Francesca Nanni e all’avvocata generale Lucilla Tontodonati. Tocca a loro decidere se sconfessare il collega bocciando tutto oppure inviare l’atto a Brescia. E non è chiaro quali orizzonti possa aprire una eventuale bocciatura. In quel caso il sostituto procuratore deciderà di agire in autonomia e presentare lui direttamente la richiesta? La sola certezza, per ora, è che di sicuro a Brescia arriverà nei prossimi giorni una richiesta di revisione firmata dai legali di Olindo e Rosa, Fabio Schembri e Luisa Bordeaux, avvocati storici della coppia. Loro due e altri legali lavorano da anni - gratis e con dedizione - all’inchiesta post-condanna; hanno interpellato decine di consulenti, hanno studiato ogni passaggio e hanno messo a punto una ricostruzione che escluderebbe la responsabilità degli attuali ergastolani. Ma, come è noto e come sanno bene anche loro, le revisioni dei processi sono mosche bianche, e che una revisione venga presentata dai difensori è nell’ordine delle cose. Mentre è decisamente insolito, per non dire unico, che sia un sostituto procuratore generale a farlo. E certamente se la richiesta di Tarfusser arriva a Brescia la possibilità che la Corte d’Appello la accolga diventa più realistica. Non a caso l’iniziativa del sostituto procuratore prende spunto proprio dagli avvocati di Olindo e Rosa.
L’incipit - “Nell’autunno del 2022 gli avvocati mi chiesero un appuntamento per sottopormi una questione riservata e delicata”, scrive Tarfusser nel suo documento. La questione delicata era il lavoro che stavano facendo sulla strage di Erba. “Mi chiesero se potevo immaginare di presentare un ricorso per revisione”, scrive ancora il magistrato. Risposta: “Se con lo studio degli atti e le “nuove prove” di cui mi dite mi convincerò che ci sono spazi per una richiesta, lo farò” è stata la risposta, “senza condizionamenti e in piena autonomia e indipendenza”. Quindi, mesi di studio delle sentenze, delle consulenze e delle “nuove prove” alla fine hanno convinto il sostituto procuratore delle tesi della difesa: Olindo e Rosa sono innocenti.
Le “nuove prove” - La convinzione dell’innocenza ruota attorno a tre punti: la confessione dei due imputati, la testimonianza di Frigerio e la macchia di sangue di Valeria Cherubini sull’auto di Olindo. Dice in sostanza la difesa (a questo punto anche Tarfusser): il riconoscimento di Mario Frigerio fu una “falsa memoria”, indotta dalle domande su Olindo che il luogotenente dei carabinieri Gallorini gli fece mentre lui era ricoverato in gravissime condizioni; la confessione di Olindo e Rosa fu ottenuta con “errate tecniche di intervista investigativa” e ci sono dubbi sulla raccolta, sull’analisi e sulla provenienza della macchia di sangue sul battitacco dell’auto. Tre questioni tutt’altro che nuove, perché già affrontate in secondo grado. Ma “lo sono ontologicamente”, spiega il magistrato nella sua richiesta di revisione, “in quanto fondano su conoscenze scientifiche, metodologiche e tecnologiche sviluppare successivamente alla prima decade di questo secolo, ma ancora di più lo sono se considerate e valutate unitamente alle prove già valutate e ancora di più alle prove in atti e mai valutate”.
La testimonianza di Frigerio - “Le nostre consulenze tirano in ballo moltissimi esperti”, dice l’avvocato Schembri, che “provano scientificamente che la testimonianza di Frigerio non fu genuina. Nessuno dice che lui mentì. Lui aveva una lesione cerebrale e aveva sviluppato quella che la scienza chiama una amnesia anterograda che rende impossibile recuperare i ricordi”. Niente di più falso, stando ai giudici che si sono occupati del caso fin qui. Dicono i giudici di Cassazione: “Pur ammesso il carattere suggestivo delle domande fatte dai carabinieri, il teste sia davanti ai pm che davanti ai giudici ha sempre detto di aver esitato a menzionare Olindo, sulle prime, perché voleva capire come fosse stato possibile che un normale condomino, con cui mai aveva avuto contrasti, si fosse accanito così brutalmente su di lui e su sua moglie”. Frigerio davanti ai giudici del primo grado che gli chiedevano se riconosceva gli assassini disse: “Li vedo in aula, sono loro, quei due delinquenti, li riconosco. Lui mi guardava con due occhi da assassino”. Mario Frigerio è morto anni fa. Sua moglie e lui finirono per caso sulla scena del delitto. Stavano uscendo per portare fuori il cane quando si sono imbattuti in Olindo che usciva da casa di Raffaella Castagna. Eliminati perché testimoni di quella mattanza, dicono le sentenze di condanne.
Le confessioni poi ritrattate e la Bibbia - Scrive Tarfusser: quelle confessioni (come la testimonianza di Frigerio e la macchia di sangue sull’auto) sono prove maturate in “un contesto che definire “malato” è fare esercizio di eufemismo”. Prendi le confessioni, per esempio. Olindo e Rosa avrebbero ceduto alle pressioni degli inquirenti, secondo la ricostruzione della difesa alla quale il sostituto procuratore aderisce. Nella sentenza di Cassazione, alla quale era già stata sottoposto questo punto, si dice questo: “Se è vero che indubitabilmente sono stati sottoposti a una pressante, ma non vietata sollecitazione a dire quanto di loro conoscenza (...) non può essere ritenuto che si stata fatta pressione psicologica tale da limitare la libertà di autodeterminazione”. Non è stata accolta, in sostanza, la lettura della difesa secondo cui Olindo e Rosa sarebbero stati vittima di una vera e propria circonvenzione.
E i giudici della Suprema Corte hanno elencato anche la “libera determinazione” dei due nel confessare e nel raccontare una storia plausibile, con dettagli che soltanto chi era stato quella sera in quella casa poteva conoscere. Per esempio: la posizione dei cadaveri; l’energia elettrica interrotta con distacco manuale del contatore; il fatto che quella sera Raffaella sia arrivata a casa con l’auto di famiglia e non la sua come al solito; il fatto che il fuoco si stato alimentato da una pira di libri, il punto da cui è partito, la posizione dei corpi, i cuscini vicino a Raffaella lasciati nel tentativo di soffocarla, la morte di Youssef avvenuta per mano di Rosa che era mancina (lui fu ucciso da mano mancina). Non ultimo: le famose frasi scritte da Olindo sulla bibbia in carcere, quando ancora lui e sua moglie non avevano ritrattato. “Perdonaci, non sapevamo cosa facevamo”, dice una di quelle frasi. “Dio perdona anche quelli come noi che su questa terra hanno vissuto l’inferno”. “Accogli nel tuo regno Youssef, sua mamma Raffaella, sua nonna Paola e Valeria a cui noi abbiamo tolto il tuo dono, la vita”.
Sempre sulla bibbia Olindo trascrisse le confidenze ricevute da Rosa sullo “spettro di Raffaella” comparsa di notte davanti alla branda “come quella sera col sangue che le scendeva sulla faccia”. E ancora: Olindo (sempre prima di ritrattare) scrisse una lettera al cappellano del carcere “in cui ammise - scrivono i giudici di Cassazione - che non si erano ancora resi conto di quel che avevano fatto e che il perdono e il pentimento si contrapponevano all’odio, alla rabbia, all’umiliazione subita negli anni, ritornando così sulla recriminazione ricorrente nel suo argomentare: che se qualcuno fosse intervenuto per tempo, il peggio sarebbe stato evitato”.
La macchia di sangue - Tutto sbagliato, secondo la difesa, riguardo a quel reperto. A cominciare dal verbale che ne dà conto, firmato non dalla persona che lo ha repertato. Sbagliate le modalità tecniche per repertarle, sbagliato considerarla così limpidamente pura e non frutto di un “contaminazione”, cioè portata inavvertitamente sull’auto da qualcuno degli inquirenti che quella sera stava operando sulla scena del delitto. “La traccia era particolarmente nitida” scrive la Cassazione, “tanto da consentire di esaltare con puntualità il profilo genetico di Valeria Cherubini (...) Trattandosi di una traccia di alta qualità, si doveva escludere che potesse aver subito tanti passaggi e che fosse stata esposta a fattori degradanti”. In quanto al verbale firmato da carabinieri diversi da chi fece il prelievo, “per quanto discutibile come prassi la corte territoriale ritenne che tale modus operandi fosse comprensibile in ragione della concitazione del momento”.
Le famiglie - In tutto questo scrivere, discutere e riaprire ferite, sembrano perdute nel nulla le vite delle famiglie che in quella strage del 2006 persero chi amavano. La famiglia Castagna e la famiglia Frigerio hanno mantenuto negli anni un profilo basso. Non hanno mai partecipato alle polemiche, anche quando sarebbe stato legittimo farsi sentire. Sui fratelli di Raffaella, Beppe e Pietro, qualcuno arrivò senza ritegno a ipotizzare perfino un coinvolgimento nel delitto. Oggi, giustamente, la loro parola d’ordine è: silenzio. “Non diremo nulla. Speravo fosse finita ma ci risiamo” scrive su Facebook Pietro. Ci risiamo. Dopo quasi 17 anni realizziamo che vale anche qui quel famoso “mai dire mai”.











