di Giuseppe Maria Toscano
Il Riformista, 25 giugno 2026
Una nota frase, erroneamente attribuita a Dostoevskij, recita: “Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni”. Potremmo dire infatti che, tanto più una società è avanzata e civile, tanto più essa ha cura del rispetto di chi, in un certo momento, si trova in una situazione di totale vulnerabilità. Tanto più una società, e chi la rappresenta, civile non è, tanto inferiore è il grado di cura rivolto a chi si trova nella situazione di cui sopra. La situazione del carcerato è, a ben vedere, la condizione del vulnerabile per antonomasia: da quando viene portato nel luogo di reclusione, infatti, egli vive da uomo (che pur ha sbagliato) privato dei suoi averi, del suo gruppo d’appartenenza, della sua casa (ammesso che ne abbia una) e, in fin dei conti, della sua stessa individualità.
E se dovessimo applicare questo adagio alla situazione italiana? Probabilmente dovremmo reputarci una manica di incivili. I rapporti annuali redatti dall’Associazione Antigone, che da oltre vent’anni si occupa di monitorare le condizioni dei penitenziari italiani, mostrano, infatti, un sistema inefficiente e in costante decadimento. Recidiva altissima con picchi di 6 detenuti su 10. Milioni di risarcimenti ai detenuti a causa del sovraffollamento. Tassi di suicidi altissimi sia tra i detenuti che negli operatori della polizia penitenziaria.
Le problematiche principali (sovraffollamento e carenza di personale) colpiscono anche le realtà migliori. Per portare un esempio: poco tempo fa sono stato in visita alla casa circondariale di Padova. Le condizioni del carcere di Padova, rispetto a molti altri istituti presenti sul territorio, sono tutto sommato buone. Ciononostante, la casa circondariale conta 226 detenuti su 188 posti regolamentati (120% circa); la casa di reclusione ha un tasso d’affollamento di gran lunga superiore: 672 detenuti su 438 posti. Per buona parte i detenuti sono rei di crimini di strada. Sorprendente è anche la divisione etnica: i picchi di popolazione extracomunitaria arrivano al 70/75% in alcuni periodi.
La politica, anche con questo governo, di promesse ne ha fatte e di decisioni ne ha prese. C’è il Decreto Carceri, che prevede la costruzione di nuovi penitenziari. C’è il lavoro del sottosegretario Ostellari che prevede l’inserimento in comunità terapeutiche per detenuti con problemi di tossicodipendenza. Nessuna iniziativa, però, si occupa dei motivi che portano la persona al crimine. Non ci si occupa della marginalità. Rispetto alla volontà di costruire nuove carceri, c’è però da dire che questa risponde a una tendenza generale di tutti i paesi occidentali. È il cosiddetto passaggio “dallo stato sociale allo stato penale” (Wacquant, 2000).
Lo stato sociale viene squagliato come un gelato dalle politiche neoliberali. La povertà e il disagio aumentano. C’è quindi maggiore possibilità che molti finiscano nel circuito criminale per sostentarsi. Molti studi suggeriscono infatti che la marginalità aumenta dove i programmi assistenziali che prima contenevano la povertà sono stati progressivamente smantellati. È proprio dal tema della marginalità che la politica dovrebbe partire per concepire politiche penitenziarie serie. Perché un carcerato recidivo per reati di strada, non rappresenta, semplicemente, un fallimento dell’istituzione penitenziaria. Rappresenta invece, prima di tutto, il fallimento delle politiche sociali di un paese.










