di Enrico Acciai
Il Domani, 27 gennaio 2026
Da tempo, chiunque si occupi della didattica della Shoah riceve la stessa domanda dagli insegnanti: “Come possiamo celebrare questa ricorrenza dopo quanto è successo a Gaza negli ultimi due anni?” Si può riconoscere la specificità dell’Olocausto e al tempo stesso ammettere che, nel presente, si stiano consumando crimini di massa che chiamano in causa la categoria del genocidio. Da tempo, chiunque si occupi della didattica della Shoah e del Giorno della memoria riceve la stessa domanda dagli insegnanti: “Come possiamo celebrare il Giorno della memoria dopo quanto è successo a Gaza negli ultimi due anni?”.
La domanda spesso arriva insieme a un timore molto concreto: “E se in classe, o durante la celebrazione, scoppia un caso? E se veniamo contestati?”. Dal mio punto di osservazione, quello di coordinatore della Commissione didattica dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, sono mesi in cui percepisco un mondo della scuola disorientato su questi temi. Già anticipo la mia conclusione di questa breve riflessione, affinché risulti ben chiara la mia posizione: sarebbe un’assurdità smettere di celebrare il Giorno della memoria nelle nostre scuole, anche perché, su questo tema (come su qualunque altro) se il mondo della scuola arretra, non si crea neutralità, ma si genera un vuoto. E i vuoti, nella sfera pubblica, vengono sempre riempiti (nell’Italia di oggi non mi pare difficile immaginare da chi e per cosa).
Capire cos’è davvero un genocidio: perché serve insegnare la Shoah Segni di stanchezza Sarebbe tuttavia sbagliato far finta che nulla sia cambiato. Si tratta però di un mutamento che era già in atto ben prima dell’autunno del 2023, quando già si discuteva da anni di politiche della memoria divenute ormai rituali, ripetitive e spesso autoreferenziali. Da oltre due decenni la memoria della Shoah sembra essere diventata, per citare un’espressione di Valentina Pisanty, una sorta di baricentro morale dell’Occidente, fondata su una narrazione vittimo-centrica e sulla promessa rituale del mai più, troppo spesso generica e vuota.
Sempre Pisanty ha rilevato che proprio mentre questo paradigma si imponeva come egemonico (e quindi incontestabile), si moltiplicavano i suoi smentimenti: i razzismi in crescita esponenziale, l’odio pubblico sempre più diffuso e normalizzato, il ritorno di simboli e linguaggi nazifascisti, l’avanzata elettorale delle destre xenofobe. Si è così fissato un repertorio di frasi divenute ovvie, mentre intolleranza e razzismo continuavano a espandersi; per rendersene conto in modo plastico, basterebbe confrontare ciò che molti politici dichiarano il Giorno della memoria con quanto gli stessi affermano sulle urgenze dell’attualità. È innegabile che si sia esitato a lungo ad ammettere che qualcosa non stava funzionando e che le politiche della memoria degli ultimi decenni mostrassero evidenti segni di stanchezza. Contraddizioni, come dicevamo, già ben visibili prima del 7 ottobre 2023 (e delle sue conseguenze), ma che oggi sembrano letteralmente deflagrate.
Recuperare la profondità della Shoah: tra politicizzazioni e banalizzazioni Rimettere al centro la storia Come provare, quindi, ad affrontare il Giorno della memoria in uno scenario così complesso? Un primo punto, per me dirimente, è questo: dobbiamo finalmente uscire dall’esclusività del testimone e rimettere al centro la storia. Non perché le testimonianze non contino (contano eccome, e restano delle fonti preziose), ma perché in questi anni sono state spesso trasformate in una scorciatoia (anche didattica): il momento emotivo che legittima tutto il resto. Oggi, nell’epoca del post-testimone, quella impostazione mostra i propri limiti. Se la didattica della Shoah dipende dalla forza del racconto individuale, rischia di diventare fragile, episodica, e soprattutto incapace di reggere le domande difficili che gli studenti si pongono osservando la loro contemporaneità.
Per questo credo che il focus vada spostato. Banalizzando, direi: meno Shoah come evento che cade dal cielo, più Shoah come processo storico. In altre parole, non (solo) un’aberrazione incomprensibile e irripetibile, ma un esito costruito nel tempo: il risultato di scelte politiche e istituzionali, di pratiche amministrative, di trasformazioni culturali, di complicità diffuse e di opportunismi quotidiani. Perché dopo il 7 ottobre la didattica della Shoah va rinnovata Il nesso tra passato e presente E, in questo spostamento, mi pare sia importante anche smettere di considerare la storia degli ebrei in Europa come un corpo estraneo rispetto al resto della storia continentale. Non si tratta di una vicenda “altra”, ma di una parte integrante della storia europea, intrecciata alle sue dinamiche politiche, sociali e culturali.
È qui che la scuola può davvero fare la differenza, perché è qui che si formano gli strumenti critici: capire come si è arrivati allo sterminio, quali passaggi lo hanno reso possibile, quali attori lo hanno organizzato, normalizzato, eseguito. Questo spostamento, non credo, sia un tecnicismo da storici, ma piuttosto una chiara scelta educativa. Perché è proprio l’analisi dei processi, e non la sola evocazione morale dell’orrore, a consentire di rispondere in modo serio agli interrogativi che la nostra contemporaneità ci pone. Mostrando come funziona la costruzione del bersaglio, come si normalizza l’ingiustizia, come si produce indifferenza o consenso, non si sta “attualizzando” forzatamente la Shoah, ma si sta facendo ciò che la scuola dovrebbe sempre fare: insegnare a leggere criticamente il passato per comprendere il presente, con rigore, senza scorciatoie né censure.
Storia, indagine e memoria: l’Ia serve a studiare la Shoah? Non fuggire dalle domande Secondo punto: non dobbiamo avere paura delle domande e delle sollecitazioni dei nostri studenti; ignorarle o aggirarle con risposte evasive sarebbe un errore. Quelle domande esistono già, circolano fuori dall’aula e rientrano in classe sotto forma di slogan; se la scuola non le prende in carico, le consegna automaticamente alle semplificazioni.
Come già detto, la Shoah presenta caratteristiche storiche specifiche, ma la memoria della Shoah, se vuole avere un senso pubblico, non può ridursi a una sorta di recinto sacralizzato. Gli studenti chiedono, molto semplicemente, coerenza morale e chiarezza concettuale. Dobbiamo sempre ricordarci che le categorie che utilizziamo (genocidio, crimine contro l’umanità, pulizia etnica) hanno, esse stesse, una propria storia che meriterebbe di essere approfondita (mi permetto, a tal proposito, di suggerire un bel volume che il collega Paolo Fonzi ha appena pubblicato con Laterza e si intitola Genocidio. Una storia politica e culturale).
Quando vedono una distruzione sistematica, sofferenze di massa, civili colpiti in modo continuativo e ingiustificato, e sentono parole come “genocidio” circolare nel dibattito pubblico, gli studenti pretendono giustamente che i docenti non si rifugino nel tecnicismo come alibi né nel silenzio come prudenza. La risposta può essere rigorosa e, al tempo stesso, netta: si può riconoscere la specificità della Shoah e, al tempo stesso, ammettere che, nel presente, si stiano consumando crimini di massa che chiamano in causa la categoria del genocidio (a Gaza, come altrove). Non si tratta di “equiparare”, ma di non sterilizzare le parole per paura delle conseguenze. Anche questo, alla fine, è un insegnamento che ci viene dagli studi sulla Shoah: sorvegliare il linguaggio pubblico e riconoscere le soglie oltre le quali la violenza si organizza e si istituzionalizza. Gli attacchi a Segre e le nuove forme di antisemitismo: perché siamo più insensibili alla Shoah.









