di Cinzia Sopano
laquilablog.it, 20 gennaio 2025
In un mondo che spesso dimentica i margini, le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) si presentano come avamposti di un nuovo pensiero terapeutico, dove la cura psichiatrica tenta di liberarsi dai lacci delle vecchie concezioni. La sfida è immensa: trasformare l’istituzione da luogo di confino a spazio di cura, un cambiamento radicale che interroga le fondamenta stesse della nostra percezione della malattia mentale e della criminalità. Ne parliamo con il dott. Vittorio Sconci, psichiatra.
Quali sono le principali difficoltà che le REMS incontrano nel garantire un trattamento efficace ai detenuti? Ritiene che le risorse attualmente disponibili, sia umane che strutturali, siano adeguate a sostenere i percorsi di riabilitazione o ci sono carenze significative che ostacolano il processo?
Le REMS, nate per il definitivo superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, pagano il prezzo di una Psichiatria ancora condizionata da vecchi pregiudizi. Soprattutto, sono influenzate da spinte ideologiche distanti da un corretto principio di realtà, che condannano i pazienti a interventi spesso grossolani e, talvolta, anche nel lessico quotidiano, lontani da un corretto inquadramento scientifico. Un destino che riguarda anche i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura Ospedalieri, condannati alla coesistenza in uno stesso luogo di patologie che dovrebbero essere distinte per i necessari approcci terapeutici diversificati, sia nei contesti di intervento sia nei tempi di sviluppo dei percorsi riabilitativi. Mi riferisco alla commistione tra pazienti psichiatrici e le persone affette da tossicodipendenza obbligate a convivere in strutture ospedaliere e territoriali che non rispondono alla necessità dei trattamenti necessari per le singole patologie. Si tratta, a mio giudizio, della riproposizione “moderna” degli asili e dei ghetti dove il malato mentale non aveva diritto alla cura e subiva l’emarginazione sociale insieme alle altre categorie deboli rappresentate, allora, da poveri, handicappati e storpi. La nuova marginalità si confonde ancora con la malattia mentale tanto da impedire la soggettività delle cure e la specificità dei trattamenti. Inoltre così si ritarda la necessità di una rivisitazione dell’organizzazione dei Sert (servizi per le tossicodipendenze) che, permanendo prevalentemente territoriale, non rappresenta altro che il prodotto della convinzione ormai negletta che la tossicodipendenza sia la conseguenza delle contraddizioni sociali e pertanto non omologabile ad una malattia e, tanto meno, alla patologia psichiatrica. Tutti noi ricordiamo che la prevalenza ideologica di questa convinzione fece si che i primi Sert fossero istituiti all’interno dei Comuni: un’ulteriore prova di quanto le esasperazioni ‘politiche’ portino a risultati opposti alle intenzioni iniziali facendone pagare il prezzo a chi dovrebbe soltanto essere curato. Sarebbe il caso quindi di ridefinire la pericolosità sociale, cioè il motivo del ricovero in una REMS, in base alla malattia che l’ha determinata ed alla possibilità di poterla curare in maniera specifica in luoghi appropriati restituendo così alla struttura una configurazione soltanto sanitaria ed assolutamente non detentiva.
Quanto è importante il supporto psicologico nel percorso di recupero dei detenuti? Crede che il trattamento psicologico nelle REM sia sufficiente per affrontare i traumi e le problematiche comportamentali dei detenuti, o servirebbero interventi più specifici e mirati?
L’intervento psicologico, unitamente a quello psicofarmacologico e riabilitativo, è fondamentale per il recupero dei pazienti con patologie mentali, essendo cruciale la sua corretta collocazione temporale e spaziale nel percorso terapeutico. In tutte le fasi del trattamento, sia esso ospedaliero, territoriale o all’interno di una struttura riabilitativa come la REMS, è bene attenersi alle indicazioni delle principali Linee guida internazionali nelle quali sono specificati i momenti e le modalità dei singoli interventi tra i quali quelli psicologici assumono una grande rilevanza. Per l’organizzazione della REMS, è essenziale valorizzare il legame con il territorio e le sue risorse relazionali, trasformando la struttura in un ambiente aperto dove la terapia si fonde con la progressiva acquisizione della libertà. Un efficace intervento terapeutico-riabilitativo riduce significativamente, fino a eliminarla, la pericolosità sociale, rendendo superflue le misure detentive e i controlli oppressivi. Molto diverso dovrebbe essere invece il controllo iniziale delle tossicodipendenze che dovrebbe avvenire in luoghi molto controllati per superare almeno le fasi iniziali dell’astinenza per poi intraprendere una fase riabilitativa e, soprattutto, psicologica di lunga durata, certamente maggiore rispetto a quella riservata ai malati mentali, da attuare prevalentemente in strutture comunitarie. Di fronte a una ‘doppia diagnosi’, è cruciale trattare entrambe le patologie contemporaneamente, in un contesto differente dalla REMS, anticipando periodi di recupero estesi, paragonabili a quelli per la tossicodipendenza.
Quali strategie potrebbero facilitare il reinserimento sociale dei detenuti una volta terminata la pena? Dal suo punto di vista, quali politiche o programmi dovrebbero essere implementati per preparare meglio i detenuti al ritorno nella società, sia dal punto di vista lavorativo che relazionale?
Il reinserimento sociale degli ospiti della REMS si equipara a quello dei pazienti dei servizi territoriali, essendo la pericolosità sociale generalmente conseguenza di un mancato ricorso alla cura. Controllando l’assunzione costante della terapia psicofarmacologica e avviando l’intervento psicoriabilitativo, si eliminano i motivi del comportamento criminoso. Questo permette di iniziare un percorso di recupero che, superando gli atteggiamenti disfunzionali, facilita il reinserimento sociale e riduce lo stigma associato sia alla malattia mentale che alla precedente condizione detentiva. Pertanto, la detenzione non indica necessariamente una grave psicopatologia, ma spesso riflette soltanto la mancata assunzione delle terapie, potendo così segnare l’avvio di un trattamento appropriato. Questo è particolarmente evidente quando il reato commesso emerge come primo segnale della malattia mentale. Invece, la cura e la prognosi del tossicodipendente richiedono un approccio di lungo termine e intensivo.
Come può la società essere sensibilizzata per accogliere meglio gli ex-detenuti? Il pregiudizio e la mancanza di fiducia verso chi ha scontato una pena rappresentano un ostacolo. Quali campagne o azioni concrete potrebbero favorire un cambiamento culturale in questa direzione?
Il reinserimento degli ospiti della REMS, simile a quello dei malati mentali non detenuti, dipende essenzialmente dalla qualità delle cure ricevute. È mostruoso stigmatizzare un comportamento criminoso che deriva da uno scompenso psicologico, essendo quindi sintomo di una malattia. L’ospite di una REMS non è né un criminale né un detenuto, ma un paziente che necessita di cure appropriate. L’efficacia della cura determina il futuro e il reinserimento sociale del paziente. I motivi che hanno portato al superamento degli ospedali psichiatrici riflettono la volontà di restituire dignità e diritti a persone che per secoli sono state marginalizzate. Credo fermamente che il rispetto reciproco debba essere il fondamento delle relazioni umane, per tutti, in particolare per chi dispone di minor potere contrattuale.
Qual è il ruolo della formazione professionale nei percorsi di riabilitazione? Crede che l’attuale offerta di corsi di formazione nelle REM sia sufficiente per dare ai detenuti strumenti concreti per costruire una nuova vita fuori dal carcere? Quali miglioramenti suggerirebbe?
Le REMS sono dotate di personale abbondante e altamente motivato, essenziale per attività che richiedono passione ed entusiasmo. Il problema urgente da affrontare è la commistione innaturale tra quelle che definisco ‘le nuove marginalità sociali’. Questo ritorno al passato, non previsto dal legislatore, è il risultato della prevalenza delle posizioni ideologiche rispetto al rigore scientifico, che dovrebbe guidare ogni intervento medico e psicologico. È necessario un lavoro continuo e un’urgente revisione del concetto di ‘pericolosità sociale’. Tale revisione dovrebbe enfatizzare l’importanza di interventi e terapie che contraddicano la credenza nell’incurabilità della malattia mentale, promuovendo una metodologia scientifica condivisa che mantenga sempre al centro il rispetto per l’individuo.
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L’orizzonte delle REMS non è soltanto una promessa di miglioramento infrastrutturale o di incremento delle risorse; è un invito a ripensare radicalmente il significato di cura e reintegrazione. In queste nuove prassi si nasconde la potenzialità di riscrivere storie di vita troppo spesso segnate solo dalla marginalità, offrendo non solo una seconda chance ma un nuovo inizio, fondato sul rispetto profondo dell’essere umano e sulla fiducia nelle sue possibilità di riscatto e di crescita.











