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di Christian Raimo

La Stampa, 17 aprile 2022

Cresce il dibattito su come riformare il sistema carcerario e alcuni studiosi teorizzano la sua abolizione. Quella del carcere è una metafora che spesso usiamo nelle nostre conversazioni personali, nei nostri dibattiti pubblici, per definire qualcosa di osceno, spregevole, infernale: questa vita mi sembra una galera, questa scuola è un carcere, questa stanza d’ospedale sembra una cella. Eppure le prigioni, quelle reali, continuano a esistere, e ad aumentare; nelle carceri vivono tutti i giorni forme di esistenza contrarie al nostro senso di umanità.

Il dibattito sull’abolizionismo del carcere in Italia non ha mai avuto la dignità nemmeno di un palco secondario. Eppure testi di grande valore etico e politico continuano ad uscire, e di alcuni altri se ne comprende l’importanza storica. Dovrebbe essere accolto in qualunque libreria di saggistica politica contemporanea per esempio Aboliamo le prigioni? di Angela Davis. Lo ha appena ripubblicato minimum fax (la traduzione è di Giuliana Lupi) ed è la raccolta di due testi rispettivamente del 2003 e del 2005. Davis ricostruisce la storia prossima di quello che definisce il “complesso carcerario-industriale” statunitense: dagli Anni 80 reaganiani la popolazione detenuta americana è progressivamente aumentata - oggi siamo oltre due milioni e mezzo di persone, un cittadino Usa su 120 è dietro le sbarre - costituendo un settore fondamentale dell’economia capitalista.

Angela Davis è stata riconosciuta in questi ultimi anni come una delle maggiori intellettuali sul Pianeta - il suo testo Donne, razza, classe del 1981 è giustamente considerato un classico contemporaneo e un riferimento imprescindibile per i movimenti politici di oggi - ma non si comprende a pieno la sua statura se si pensa che la sua riflessione sul carcere sia minore e non paradigmatica nel rendere Davis un’autrice cardinale del pensiero del nuovo secolo.

La prima edizione di Aboliamo le prigioni? conteneva una postfazione - anche questa ristampata - di Guido Caldiron e Paolo Persichetti sul welfare del populismo penale: un argomento quasi mai affrontato con analisi, quello dell’indotto generato dal lavoro gratuito dei detenuti. Nella nuova edizione è aggiunta anche una postfazione di Valeria Verdolini, che ha diverse qualità. Mostra come interrogarsi sul carcere vuol dire sempre interrogarsi su di noi, sul nostro privilegio e sul nostro rapporto con il potere, se il carcere è la forma prototipale dell’istituzione repressiva, ma anche della discriminazione, del margine, dello stigma: “Il carcere è un elemento comune sia alle democrazie che alle forme autoritarie, spesso ne è elemento distintivo, ed è orizzonte di relazione e parte del meccanismo di funzionamento e di gestione del corpo sociale”.

La natura del carcere è riprodotta sempre identica a sé stessa, tale per cui per provare a ragionare criticamente bisogna indagarne i suoi elementi costitutivi singolari, altrimenti ci sembrerà davvero di avere a che fare con una natura immutabile. Verdolini ha anche da poco pubblicato un libro per Carocci L’istituzione reietta, che è un testo utilissimo per molte ragioni, compresa la fluviale e aggiornatissima bibliografia di riferimento sul carcere, dalla quale si può partire per formarsi. Tra le molte citazioni ce n’è una particolarmente illuminante: “La forma del sistema carcerario è simile a una forma d’arte come il cinema: si possono eliminare le imperfezioni (usando ad esempio attrezzature più complesse), si possono apportare innovazioni tecniche (il colore o la tridimensionalità), è possibile anche compiere certe esperienze estetiche radicali (come il surrealismo e il cinema-verità), ma la forma rimane intatta”. È presa da un saggio di Stanley Cohen contenuto in un’antologia a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro, Crimini di pace, e rischiara una delle ragioni per cui il carcere è così difficile da mettere in discussione: la sua forma, la sua estetica verrebbe da dire, è così sclerotizzata che ripensarla diventa inimmaginabile.

Un esercizio possibile utile, allora, è moltiplicarne le narrazioni, e a questo scopo ci possono aiutare due libri anche questi usciti da poco. Il primo l’ha scritto Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio con i radicali, per People, s’intitola Tre metri quadri. Quattro anni di visite in carcere, ed è un viaggio all’interno delle carceri del Lazio che l’autore ha deciso di intraprendere accompagnato da Federica Delogu e Federica Salvati tra il 2 maggio 2018 e il 7 dicembre 2021; la maggior parte dei luoghi sono stati visitati più volte. Il periodo raccontato da Capriccioli comprende sia la vita prima che durante la pandemia, ed è straziante riconoscere come per il carcere non muti molto rispetto alla condizione standard: nelle visite al Mammagialla di Viterbo o a Regina Coeli assistiamo al paesaggio infinito di un’umanità piegata alla sua stessa alterazione. Il carcere è carcerogenico: non lo dicono solo le statistiche sulle reiterazioni dei reati, ma è evidente per come tutto ciò che resiste al processo di disumanizzazione del carcere sembra un’eccezione al sistema detentivo, che invece prevede come effetti collaterali già messi a bilancio una certa quota di atti di autolesionismo, un’altra quota di suicidi, etc…

Leggendo dei libri sul carcere, provando a riconoscere delle storie in un sistema che anche da un punto di vista dello scorrere del tempo sembra disumano, si insinua in noi la possibilità che occorrerebbe realizzare in maniera più strutturale una relazione tra carcere e narrazione. In tutta Italia ci sono molti laboratori di scrittura anche nelle carceri, e per capirne la loro preziosità possiamo leggere Letteratura d’evasione, libro uscito anche questo da poco a cura di Ivan Talarico e Federica Graziani con una prefazione di Alessandro Bergonzoni e Luigi Manconi, che hanno condotto un laboratorio al carcere di Frosinone. I racconti di El Mehdi Belaabdouni, Raffaele Borrelli, Abdel Hadi Bousmara, Andrea Ciufo, Alfredo Colao, Pjetri Gjergj, Ermal Gripshi, Andrea Lombardi, Emanuel Mingarelli, Stefano Palma, Christian Pau, Omar Saidani, Mohamed Shoair, Antonio Vampo ci inducono a concludere che la potenza della riflessione, della presa di coscienza, ma anche l’esercizio di stile intorno a un moloch sempre identico a sé stesso consente a noi che stiamo fuori e a quelli che sono dentro di ritrovarsi in un altrove comune.