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di Franco Insardà

Il Dubbio, 11 agosto 2026

I numeri continuano a raccontare una realtà che non può essere archiviata come una normale difficoltà amministrativa. Questa estate torrida difficilmente sarà dimenticata da oltre 65mila detenuti, dagli agenti della polizia penitenziaria costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili, dagli operatori che ogni giorno cercano di mandare avanti strutture al limite e dalle famiglie che vivono, insieme ai loro cari, quella che spesso diventa un’ulteriore forma di pena. Eppure, di fronte a un’emergenza che da anni si ripresenta con gli stessi numeri e le stesse criticità, la politica continua sostanzialmente a non decidere. È questo il dato più difficile da spiegare: non la mancanza di informazioni, non l’assenza di denunce, non la scarsità di proposte.

Il problema è che, quando arriva il momento di affrontare seriamente il nodo penitenziario, il tema torna a essere terreno di scontro ideologico, di propaganda e di opportunità politica. Le dichiarazioni non mancano, così come le iniziative parlamentari, i sopralluoghi e le immancabili passerelle nei momenti simbolici dell’anno, soprattutto a Ferragosto e a Natale. Ma le condizioni delle carceri continuano a peggiorare.

Da anni, quasi unicamente Nessuno Tocchi Caino e i Radicali, nel solco della battaglia portata avanti da Marco Pannella, insistono sulla necessità di affrontare la questione carceraria come una vera emergenza democratica. Il resto della politica sembra invece oscillare tra annunci e rinvii, tra la promessa di nuove carceri e la tentazione di rispondere al disagio sociale semplicemente aumentando il ricorso alla detenzione. La proposta di liberazione anticipata speciale di Roberto Giachetti.

Intanto i numeri continuano a raccontare una realtà che non può essere archiviata come una normale difficoltà amministrativa. All’8 agosto, secondo l’Associazione Antigone, nelle carceri italiane erano recluse 65.009 persone, a fronte di 46.237 posti realmente disponibili. Il tasso di sovraffollamento ha così superato il 140,6 per cento. E sono diventati nove gli istituti nei quali il dato supera addirittura il 200 per cento.

Stesso discorso per i detenuti tossicodipendenti. Si parla di circa 10mila persone che potrebbero uscire dal carcere attraverso percorsi alternativi, ma la copertura finanziaria prevista dalla legge sarebbe sufficiente per meno di 600. Tra ciò che viene annunciato e ciò che concretamente può essere realizzato continua dunque ad aprirsi una distanza enorme. E intanto il sistema scarica il peso delle proprie contraddizioni sugli agenti penitenziari e sugli operatori, costretti a lavorare in condizioni di grave sotto-organico e con strutture spesso inadeguate. La crisi non riguarda quindi soltanto chi è detenuto: riguarda l’intero sistema penitenziario e, inevitabilmente, la sicurezza collettiva. Non è la prima volta che l’Italia si trova davanti a un’emergenza di queste proporzioni.

I numeri attuali sono stati superati soltanto nel triennio 2010-2013, quello che portò alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. Allora furono presentati circa 4mila ricorsi. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni ancora più preoccupanti: nel solo 2025 i provvedimenti favorevoli dei Tribunali di sorveglianza per condizioni detentive lesive dei diritti sono stati 6.539.

Di fronte a questi numeri, il silenzio politico diventa difficile da giustificare. Il senatore di Italia Viva-Casa Riformista Ivan Scalfarotto parla apertamente di fallimento del ministro della Giustizia Carlo Nordio e denuncia il blocco del piano carceri, ricordando anche il caso di Sollicciano, dove nei mesi scorsi la magistratura è intervenuta sulla struttura per le gravi condizioni igieniche. Secondo Scalfarotto, i decreti approvati dal governo hanno contribuito ad aumentare la popolazione carceraria senza produrre un miglioramento della sicurezza. Di segno diverso, ma sulla stessa emergenza, la posizione di Forza Italia. Enrico Costa, presidente dei deputati azzurri, riconosce che la situazione ha raggiunto livelli drammatici e annuncia l’avvio in Commissione Giustizia di un’indagine conoscitiva sul sistema penitenziario, oltre a una proposta di legge che tenga insieme certezza della pena, dignità e rieducazione.

Ma è proprio qui che si misura la distanza tra la politica e il carcere reale. Perché non servono altre fotografie davanti ai cancelli, né l’ennesima promessa destinata a essere verificata tra qualche anno. Servono decisioni immediate. Il carcere non può essere utilizzato come risposta automatica a ogni emergenza sociale, né può diventare il luogo nel quale vengono scaricate tutte le fragilità che lo Stato non riesce ad affrontare altrove. E costruire nuove strutture, per quanto necessario, non basta se contemporaneamente continuano ad aumentare gli ingressi e diminuiscono i posti effettivamente utilizzabili. La Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è un principio astratto, né una concessione buonista. È una regola dello Stato di diritto e, allo stesso tempo, una condizione concreta per una maggiore sicurezza.

La politica, dunque, è chiamata a scegliere. Può continuare a discutere, annunciare, rinviare e aspettare la prossima estate. Oppure può riconoscere che 65mila persone stipate in strutture che in alcuni casi superano il doppio della capienza non rappresentano più una semplice emergenza, ma una questione di legalità costituzionale. Perché il carcere può essere severo senza essere disumano. Può garantire la certezza della pena senza trasformarsi in una macchina di esclusione. E può difendere la sicurezza dei cittadini proprio attraverso il recupero di chi ha commesso un reato. Il tempo delle passerelle è finito da un pezzo. Ora servirebbe quello delle decisioni. E la politica, davanti a 65mila detenuti e a un sistema che ha superato il 140 per cento di sovraffollamento, non può continuare a far finta di non vedere.