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di Marcello Maria Pesarini


Ristretti Orizzonti, 2 maggio 2021

 

Sette arresti eccellenti in Francia, sei persone che ammettono pesanti responsabilità in atti di terrorismo rosso, e uno solo, Giorgio Pietrostefani ex di Lotta Continua, che si proclama innocente dall'accusa di mandante dell'omicidio del commissario Calabresi, avvenuto nel 1972. L'accusa fu formulata nel 1988, con dispiegamento di immagini dei servizi d'ordine delle manifestazioni dell'autunno caldo ed in particolare di quelle della sinistra extraparlamentare.

Anche il solo pensiero che la fine della dottrina Mitterrand della immunità politica, alla quale è stato costretto per equilibri interni il presidente Macron, serva da collante fra i due stati e all'Europa in difficoltà a governare la pandemia di fronte alle multinazionali del farmaco, è fuori luogo.

Si tratta di rigurgiti di giustizialismo, ai quali per fortuna il Ministro Cartabia si è già opposta, affermando il suo no a vendette.

L'Italia non sa affrontare gli anni di piombo, come non ha saputo adeguatamente fare autocritica rispetto alla sua storia. Come scrive intelligentemente Giuseppe Culicchia nel suo libro "Il tempo di vivere con te" dedicato al suo rapporto col cugino Walter Alasia, brigatista rosso assassino dei poliziotti che lo volevano catturare il 15 dicembre 1976, e dagli stessi militi assassinato nello stesso giorno, l'Italia non ha mai conosciuto rivoluzioni, come ad esempio la Francia, ma sempre e solo controrivoluzioni e controriforme.

Giuseppe Culicchia ha voluto incontrare Giorgio Bazzega, figlio di uno delle due vittime. Non è stato facile, come non lo è per coloro che accettano la via dell'incontro fra vittime e carnefice, la giustizia riparativa per la quale lavorano tante associazioni, fra le quali Antigone presente anche nelle Marche.

La conoscenza della storia di chi ha commesso il reato, l'aiuto a scavare nelle sue origini, nelle sue motivazioni, serve sia ai parenti del violato, la vittima, sia al violatore.

Sono percorsi che andrebbero fatti conoscere alle nuove generazioni, per insegnare loro che non ci sono percorsi preconfezionati nella vita, e che le risposte "di pancia", come si usa dire oggi, alle difficoltà e ai traumi, sono le più facili ma sono quelle che legano a un futuro più buio.

Tornando all'arresto di persone che, coinvolte in un periodo prima di grandi lotte sociali, e poi nella loro degenerazione nella rappresentazione delle stesse in piccoli gruppi armati in sigle che evocavano un proletariato che, ahimè, stava già perdendo le sue battaglie, si erano difficoltosamente rifatte una vita, dopo anni di prigione, e non erano più le stesse persone di quarant'anni fa, viene da chiedere perché il nostro Paese non sappia mai fare i conti col suo passato. Cittadini che attendono ancora il risarcimento per l'ingiusta detenzione subita, stragi di Stato sulle quali non una parola definitiva è stata detta, ed ora l'ennesimo intestardimento a "mostrare il mostro". Eppure il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto, il 25 aprile, a proposito del fascismo e dei collaborazionisti con i nazisti, che va sfatato il mito di "Italiani brava gente".