di Lorenza Pleuteri
osservatoriodiritti.it, 14 aprile 2026
In galera si continua a morire anche per la violenza di altri detenuti. E la domanda di fondo chiede una risposta al più presto: le responsabilità sono solo di chi uccide, o ricadono anche sul sistema penitenziario? Ecco nomi, storie e dati di 5 anni di omicidi nelle carceri italiane. Persone con problemi psichiatrici tenute in celle comuni. Spedizioni punitive. Vecchi ergastolani senza più nulla da perdere. Relazioni esasperate da convivenze forzate, in spazi ridotti, in condizioni che dignitose spesso non sono. L’impossibilità o l’incapacità di prevenire, in strutture caratterizzate cronicamente dal sovraffollamento e con il personale che lamenta carenze d’organico.
Nelle carceri italiane, dove ogni anno i suicidi si contano a decine, si continua a morire anche per omicidio. Le statistiche ufficiali sulle persone assassinate in carcere sono sottodimensionate, numeri distanti dai delitti (o presunti tali) di cui si è avuta conoscenza da fonti ufficiali e fonti informali. Dal 2021 al 2024 a Osservatorio Diritti risultano almeno 12 aggressioni mortali dietre le sbarre, detenuti colpiti da altri detenuti. Nel 2025 sono venuti alla luce altri tre casi con esiti letali, tutti ancora da chiarire. Il Garante nazionale per i detenuti rilancia con copia e incolla, senza verifiche incrociate e senza riletture post inchieste, dati vecchi e nuovi forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: il totale del quinquennio si ferma a sette omicidi, a fronte dei 15 desunti da altre fonti, posto che per alcuni sono ancora in corso gli accertamenti medico-legali, le indagini o i processi.
Decessi accidentali e numeri oscuri delle carceri italiane - Gli uomini ammazzati in cella - o morti in ospedale dopo le aggressioni - nei cinque anni considerati sono stati l’1,5% del totale delle vittime di omicidio di genere maschile, considerando i casi tracciati, consolidati e no. Altri potrebbero essere sfuggiti. Nelle tabelle riepilogative figurano decine di reclusi deceduti per “cause da accertare” (dai 13 ai 50 l’anno, sempre tra il 2021 e il 2025, per un totale di 133). Restano tutti sotto questa voce, inspiegate, anche a distanza di tempo e al termine delle inchieste. Nessuno a posteriori si assume l’onere di rendere pubbliche le conclusioni delle indagini sui morti classificati inizialmente in questa zona oscura, neppure dove emergano crimini. Il ministero di Giustizia, il Dap e lo stesso Garante, sollecitati a fornire aggiornamenti, non rispondono.
Delitti dietro le sbarre, processo e condanne - Le tabelle riepilogative di Dap e Garante, che avrebbero avuto tempo e modo per rettificare i dati, per il 2021 indicano un solo omicidio. Invece ce ne sono stati almeno due, entrambi nella casa circondariale siciliana di Caltagirone. I processi si sono conclusi, i fatti sono conclamati. Giuseppe Calcagno, 46 anni, il 3 gennaio è stato strangolato dal compagno di cella. L’assassino si è visto infliggere 20 anni, pena diventata definitiva. Paolo Costarelli è morto a 58 anni perché il detenuto rinchiuso assieme a lui, reo confesso, gli ha stretto dei lacci attorno al collo. Lo ha fatto il 6 dicembre, venne raccontato all’epoca. Per due giorni ha mangiato e dormito accanto al corpo sepolto sotto un lenzuolo e due coperte, in branda. Gli agenti di guardia e gli operatori dell’istituto non si sono accorti di nulla, Il cadavere è stato “trovato” 48 ore dopo il delitto. Anche per quest’omicida è arrivata una condanna a 20 anni, definitiva.
Pure per il 2022 Dap e Garante registrano un solo delitto e pure nel 2022 ce ne sono stati almeno due, conclamati. Il 2 gennaio nel reparto Covid di Poggioreale è stato aggredito Edoardo Chiarolanaza, 47 anni secondo alcuni testate, 59 e 62 per altre. È spirato in ospedale qualche giorno dopo. Aveva ammazzato la madre. Lo ha massacrato a pugni e a colpi di sgabello il compagno di cella. Condannato in primo grado a 24 anni, poi ritenuto incapace di intendere e volere, l’aggressore in appello è stato assolto per vizio totale di mente. È finito nella Rems di San Nicola Baronia, la struttura per detenuti pericolosi in provincia di Avellino. Tre anni dopo ha ucciso ancora, in questo centro, istituito per sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari e tenere sotto controllo le persone problematiche. I precedenti e il profilo erano noti. A botte ha tolto la vita a un altro internato, Pasquale Cannavacciuolo, 59 anni.
Detenuti con problemi psichiatrici in celle comuni - Nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2022 è finita l’esistenza di Graziano Piana, 54 anni, rinchiuso nel carcere sardo di Bacoli. Lo ha ucciso dal compagno di cella, poi ritenuto totalmente incapace di intendere e volere e pericoloso, assolto e mandato in Rems per cinque anni. Nel 2025 è uscita la notizia di un poliziotto penitenziario indagato per omicidio colposo. Avrebbe violato circolari e direttive che impongono massima attenzione nella sistemazione di detenuti con problemi mentali e la condivisione di informazioni con medici e staff. Il processo inizierà questo mese. I familiari di Graziano si sono attivati per ottenere un risarcimento dallo Stato.
Alta sorveglianza solo sulla carta: il caso di Marcos Schinco - Per il 2023 il numero di morti ammazzati ufficiale coincide con quello emerso nel corso dei mesi: tre. Il 19 giugno Marcos Schinco, 43 anni, è stato ucciso a calci e pugni dal compagno di cella del carcere di Velletri, in provincia di Roma. Erano entrambi in un reparto ad alta sorveglianza. L’omicida aveva disturbi psichiatrici certificati, da cinque mesi aspettava di essere trasferito in una Rems. In primo grado è stato condannato a 10 anni, il 6 giugno 2024, con la riduzione della pena per il riconoscimento della seminfermità mentale. La senatrice Ilaria Cucchi aveva presentato un’interrogazione parlamentare, per avere spiegazioni e chiarimenti. “Chi ha gravi forme di disagio - dichiarò - non può essere trattato alla stessa stregua di altri detenuti e non può condividere una cella con altre persone”. Ora, interpellata tramite e-mail, preferisce non fornire aggiornamenti.
Omicidi nelle carceri italiane: sovraffollamento e convivenza forzata - Roberto Molinari, un 58enne ristretto nel carcere genovese di Marassi, il 10 settembre era stato malmenato. Non hanno adottato misure a sua tutela. Tre giorni dopo è stato di nuovo picchiato, colpito alla testa con uno sgabello. Il compagno di cella, ritenuto dalla psichiatra del penitenziario “un soggetto con difficoltà a gestire l’impulsività” e già protagonista di risse, è stato condannato in primo grado a 14 anni. I due si erano ritrovati a condividere lo stesso spazio, nel reparto dell’istituto che qualcuno chiama Caienna, “per carenza di posti letto presso le sezioni detentive dedicate ai detenuti appartenenti al circuito della media sicurezza”. Il garante locale aveva presentato un esposto alla procura e sta seguendo l’evoluzione del caso a distanza, tagliato fuori.
Detenuto agitato e aggressivo non monitorato - Alessandro Salvaggio di anni ne aveva 49 ed era rinchiuso al Mammagialla di Viterbo. Qualche giorno prima il ragazzo in cella con lui aveva preso a calci armadietti e porte, senza apparente motivo. Lo avevano lasciato lì, non trasferito e non monitorato. Il 19 dicembre con un calzino ha strangolato il compagno. Ai processi di primo e secondo grado è stato condannato a 13 anni, sentenza non ancora definitiva. Potrebbe andare in Cassazione. Per i giudici che lo hanno ritenuto colpevole era pienamente capace di intendete e volere. La moglie ha presentato una denuncia contro il carcere. Dopo due anni ancora non sa se e come abbia avuto seguito.
Omicidi in carcere 2024: cinque vittime in un solo anno - Per il 2024 i casi dichiarati sono due, i cadaveri su cui si indaga per omicidio almeno cinque. Antonio Magrini, 67 anni, il 19 aprile è stato trovato senza vita nel carcere milanese di Opera, casa di reclusione di massima sicurezza. A strangolarlo è stato il compagno di cella, all’ergastolo per l’uccisione dell’ex moglie. Avevano litigato per l’uso del telecomando della tv e per le pulizie. Al processo di primo grado l’assassino ha preso, di nuovo, l’ergastolo.
Grappa clandestina, liti e violenze in cella - Kalil Trabelsi, 30 anni, stava a Salerno. Il 18 luglio è stato colpito con un oggetto pesante dal compagno di cella, arrivato nell’istituto dopo una lite violenta in un altro carcere, con una stampella in dotazione. L’aggredito è morto il giorno dopo. Il processo è in corso. I testimoni hanno raccontato che i due erano ubriachi. Avevano bevuto la grappa artigianale prodotta macerando e distillando frutta, come da decenni succede in tutte le galere italiane. La comandante della polizia penitenziaria, riferisce l’avvocato della vittima, in aula ha sostenuto di non essere a conoscenza di questa abitudine. La corte d’assise ha escluso il ministero di Giustizia come responsabile civile.
Suicidio simulato dietro le sbarre: fu omicidio volontario - La fine tragica di Giuseppe Lacarpia, 65 anni, il 22 ottobre era stata fatta passare per un suicidio, simulato. Era dietro le sbarre, a Bari, per l’uccisione della moglie ed aveva già subito un’aggressione. Le indagini sono state portate avanti sottotraccia, silenziate per più di un anno. La notizia del dell’omicidio per soffocamento, ipotesi da vagliare se e quando si arriverà a giudizio, è stata data solo in occasione dell’arresto del presunto responsabile e dell’indagato per il precedente tentativo di omicidio. L’uomo sarebbe stato ucciso perché dava fastidio ai compagni di cella, parlava sempre, pregava troppo, non voleva sedersi a mangiare assieme agli altri, aveva spiacevoli disturbi della salute.
Bellizzi Iripino (Campania): in sette per massacrare un ragazzo - A Bellizzi Iripino, sempre a fine ottobre 2024, una lite tra fazioni rivali è degenerata nel caos e nelle ritorsioni. Due agenti sono stati o sequestrati e picchiati. Paolo Piccolo, 26 anni, ha avuto la peggio. Gli hanno reciso il lobo dell’orecchio, inflitto ferite profonde alla testa con bastoni e oggetti taglienti, rotto un braccio e dato 26 coltellate, sfondandogli infine il cranio. Non si è più ripreso. Un anno dopo, il 17 ottobre 2025, è passato dallo stato vegetativo alla morte. Per la spedizione punitiva e l’assassinio sono indagati in sette, alle soglie del rinvio a giudizio.
Picchiato in cella, morto in ospedale - L’antivigilia del Natale 2024 è toccata ad Antonio Nocera, 60 anni, richiuso nel carcere napoletano di Poggioreale, negli anni ‘80 teatro di delitti in serie. Il compagno di cella lo avrebbe preso a botte, riducendolo in fin di vita, indagato. A inizio febbraio 2025 il cuore si è fermato. Il suo legale sta pensando di avviare una causa civile, contro il carcere e contro l’ospedale dove è spirato. E riferisce che a distanza di 13 mesi le indagini non sono ancora terminate.
Quegli strani incidenti smentiti dalle indagini - Per il 2025 risultano altre tre inchieste per omicidi in carcere, tutti da vagliare, a fronte di zero casi annotati da Dap e Garante per i detenuti. Adama Compaore, 34 anni, l’11 giugno è stato trovato agonizzante nel carcere di Parma ed è morto in ospedale il giorno dopo. Sono state fatte due autopsie. L’ipotesi iniziale - avrebbe battuto la testa contro una porta - sembra sia passata in secondo piano, stando all’avvocata che si è presa a cuore la vicenda. Le lesioni riscontrate fanno pensare a cause di morte violenta, forse colpi inferti con uno sgabello. Il compagno di cella è indagato per omicidio. Il fascicolo è ancora aperto, in attesa del deposito dei risultati delle analisi sui tessuti prelevati dai medici legali.
Uccisioni in carcere anche nei reparti d’isolamento? - Il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, in estate ha dato ufficialmente notizia di un decesso per cause da accertare, avvenuto il 18 luglio nel carcere della Dogaia. Il detenuto morto si chiamava Costel Scripcaru e aveva 58 anni. Stava scontando condanne per diversi reati, compresa una violenza sessuale, ed era in regime di isolamento per scontare una sanzione disciplinare. Un paio di settimane prima aveva capeggiato una rivolta. Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, a caldo aveva commentato l’accaduto parlando di “carceri allo sbando” e di “isolamento usato come strumento ordinario di gestione”. E si era spinta oltre: “È assurdo che un detenuto possa essere ucciso proprio nel regime in cui dovrebbe essere maggiormente controllato”. Otto mesi dopo la procura fa sapere che le indagini non sono ancora chiuse.
Si indaga per omicidio preterintenzionale: dal coma alla morte - A giugno, a Rebibbia, era stato aggredito Francesco Valeriano di 46 anni. Aveva denunciato soprusi e un trasferimento punitivo dopo uno sciopero della fame e della sete e dopo i danneggiamenti fatti per protesta. Non è arrivato a fine anno. A dicembre si è arreso. Pare ci sia un’inchiesta per omicidio preterintenzionale. L’avvocato che segue il caso ha più volte sottolineato la necessità di fare piena luce non solo sull’episodio di violenza, ma anche sulle eventuali responsabilità di carattere organizzativo e strutturale del sistema.
Il dolore e le richieste di giustizia dei familiari - “Tre mesi senza risposte. Tre mesi - dice un messaggio postato a marzo 2026 sui social - in cui il dolore della nostra famiglia non si è fermato, ma si è trasformato in determinazione: quella di capire cosa è successo davvero e di ottenere giustizia. Non siamo rimasti fermi. Stiamo lavorando con professionisti, raccogliendo documenti, analizzando ogni dettaglio e portando avanti tutte le verifiche necessarie per ricostruire i fatti e accertare le responsabilità. Un percorso difficile e lungo. Ma non abbiamo alcuna intenzione di fermarci. Francesco era una persona, un figlio, uno zio, un padre, un amico. E merita che la verità venga fuori”.











