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di Carlo Galli


La Repubblica, 27 luglio 2021

 

La giustizia "fai da te" sembra ammiccare alle paure diffuse nella società ma in fondo è una resa davanti alla sfida di ricostruire le strutture pubbliche di una vita associata civile e democratica. "La difesa è sempre legittima". Sembra che non ci sia nulla di più ovvio di questo principio, enunciato da Salvini a commento e giustificazione della vicenda di Voghera, che ha visto un extracomunitario ucciso da un assessore leghista, che ne era stato aggredito. E invece, anche al di là della valutazione dell'evento specifico, che spetta evidentemente alla magistratura, alcune considerazioni possono fare comprendere quanti problemi politici siano impliciti in quelle parole.

Al di là del fatto che la difesa può comportare un eccesso, proprio in quanto è affidata a una valutazione soggettiva, il punto è che il modello politico italiano ed europeo si fonda precisamente sul disarmo dei cittadini, sulla pacificazione dei conflitti e sull'attribuzione allo Stato del monopolio della violenza legittima: all'interno affidata alle forze di polizia, all'esterno alle forze armate. È nella dimensione pubblica, impersonale, formale, giuridica, oggettiva, che vengono tutelati i diritti individuali, le ragioni soggettive. Lo Stato moderno fonda la propria legittimità originaria sullo scambio fra protezione pubblica (della vita, della proprietà) e ubbidienza privata, sulla base delle leggi.

In quest'ottica, il possesso di armi da parte dei privati o è segno di grave disobbedienza, ossia di criminalità, o è visto come un'eccezione, che richiede giustificazioni speciali e permessi particolari, controllati e concessi dallo Stato. Non è certo un diritto, quindi. Il diritto, in quest'ambito, sta dalla parte dello Stato, non del cittadino. E l'autodifesa armata è in ogni caso un evento raro, da indagare con sospetto. Se fosse qualcosa di ovvio, di quotidiano, di normale, ciò significherebbe che l'efficienza e la legittimità dello Stato sono in crisi: che la società sta regredendo verso la giungla in cui ognuno è giudice di se stesso, che sta ritornando a quello stato di natura per fuggire il quale si è creato lo Stato.

E in tal caso sarebbe compito di una forza politica responsabile, all'altezza di un ruolo di governo, non certo accentuare il fenomeno, aggravandolo col legittimare l'autodifesa, come una pratica naturale. Al contrario, si tratterebbe di restaurare l'imperio della legge, di affermare non la sconfitta dello Stato ma la sua autorevolezza, di ristabilire le condizioni di una ragionevole sicurezza - che, tra l'altro, vanno ben al di là dell'ordine pubblico, e che si estendono anche alla sicurezza sociale e lavorativa (oltre che sanitaria) -. E ciò è tanto più vero nel caso di una forza politica di destra, il cui programma di "legge e ordine" non dovrebbe potersi rovesciare in "arbitrio e disordine", in una tutt'altro che rassicurante incertezza e in una diffusa insicurezza.

Si dirà che in quest'ambito, come in altri, la Lega interpreta la propria natura di destra secondo un modello americano, nel quale si mescolano Trump e National Rifle Association, la potente associazione dei produttori di armi da fuoco, ovviamente più che favorevole alla detenzione privata delle medesime. Ma proprio qui sta il problema. La Costituzione degli Stati Uniti protegge, con il secondo emendamento, il diritto dei singoli di portare armi; un diritto che anche di recente la Corte suprema ha affermato essere di pari rango rispetto alla libertà di religione e di parola. La politica, negli Usa, non disarma i cittadini. Il modello politico a cui si ispira è quello repubblicano del popolo in armi, un popolo in grado di difendere in prima persona la propria esistenza e la propria libertà - la guerra di indipendenza ha segnato profondamente la concezione americana della politica.

Un modello, quello americano, davvero affascinante, al quale, nonostante i molti gravi problemi cui dà origine, gli Usa non intendono rinunciare - al più, è realistico pensare che quel diritto possa essere ulteriormente regolamentato, non certo abolito. Un modello politico del tutto peculiare, quindi, e perciò inapplicabile in Europa, dove la politica con le sue istituzioni è stata pensata e organizzata come strumento per superare le guerre civili. Importarlo nel nostro contesto costituzionale, nella nostra civiltà giuridica, significa non avere la percezione storica e intellettuale della genesi e delle esigenze della nostra politica. E significa quindi collocarsi al di sotto delle esigenze di uno Stato democratico, i cui problemi non possono certo essere risolti con una populistica e privatistica giustizia "fai da te", che sembra ammiccare alle paure diffuse nella società ma che in fondo è una resa davanti alla sfida di ricostruire le strutture pubbliche di una vita associata civile e democratica. In cui i cittadini abbiano il diritto di vivere sicuri senza portare le armi.