di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 28 settembre 2026
Giulio Regeni, 28 anni, venne fermato illegalmente al Cairo il 25 gennaio 2016. Fu trovato morto sul ciglio di una strada il 3 febbraio. Sul cadavere, svestito, varie fratture ed evidenti segni di tortura. Le autorità egiziane hanno sempre negato la collaborazione; il 25 maggio 2021 sono stati rinviati a giudizio quattro ufficiali della Sicurezza nazionale egiziana. Il generale Tareq Sabir, il più alto in grado, è accusato di avere prima disposto e poi seguito personalmente il “monitoraggio” di Giulio Regeni; il colonnello Husam Helmy, invece, è indicato come il regista delle perquisizioni a casa di Giulio che hanno preceduto e seguito il rapimento, nonché il responsabile della cancellazione delle immagini registrate alla stazione della metropolitana dove il ricercatore sparì la sera del 25 gennaio 2016, mentre il suo pari grado e collaboratore Ather Kamal è considerato l’anello di collegamento con il sindacalista Said Abdallah, il “traditore” di Regeni; il maggiore Ibrahim Sharif, infine, è stato visto nel commissariato del Cairo dove Giulio fu portato dopo il “fermo non ufficiale”, e ritenuto presente alla detenzione e alle torture, fino alla “confessione” ascoltata casualmente da un testimone, quando disse “We crashed him”, gli abbiamo dato il colpo di grazia.
Le condanne richieste - Sono i quattro ufficiali del Dipartimento della National security egiziana dedicato al controllo delle associazioni sovversive e dei sindacati indipendenti, imputati per il sequestro (tutti), le torture e l’omicidio (il solo Sharif) di Giulio Regeni, il ventottenne friulano arrestato illegalmente quella sera di gennaio di dieci anni fa e ritrovato cadavere sul ciglio di una strada, svestito e con le ossa rotte, il successivo 3 febbraio. Per i primi tre la Procura di Roma ha chiesto 17 anni e mezzo di carcere, per il quarto l’ergastolo. Lunedì 28 settembre arriverà il verdetto della corte d’assise, che sancirà se per la giustizia italiana sono davvero loro i responsabili di quel crimine.
Nessuno, nei due anni e mezzo di un processo a ostacoli, li ha mai visti in aula; né prima, durante le indagini. Sono circolate alcune foto pubblicate su qualche canale social; quattro nomi e quattro volti giudicati in contumacia senza che sia stato possibile notificargli un solo atto processuale, grazie a una sentenza della Corte costituzionale. E poi a un’altra, che a dibattimento in corso ha eliminato un ulteriore intralcio.
Le protezioni del regime - Un record, per un giudizio apparentemente simbolico ma che simbolico non è, perché ha affermato il principio che un crimine tanto grave non può restare impunito, almeno sulla carta; se avverrà sarà perché una corte avrà ritenuto insufficienti le prove portate dall’accusa, ma senza che le protezioni e i depistaggi attivati da un altro Stato abbiano impedito il dibattimento. Certamente l’Egitto l’ha reso più difficile e traballante, e oltre a tenere nascosti quattro imputati ha occultato altre responsabilità; ma nonostante ciò la magistratura italiana è riuscita a scoprire una trama che resterà svelata, qualunque sarà la sentenza. A cominciare dalle false verità distillate dalle autorità dei Cairo sulla morte di Giulio: un incidente stradale, un festino a sfondo sessuale finito male, una lite, fino alla falsa attribuzione del crimine a una banda di rapinatori locali preventivamente uccisi dalle forze di sicurezza. Un inquinamento dietro l’altro, che non è servito a celare le responsabilità di un regime che ha già pronunciato la sua assoluzione, senza aspettare il verdetto di Roma.
“Questo è stato un processo contro la menzogna e le ricostruzioni artificiose”, ha detto nella requisitoria il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che per oltre un decennio ha seguito le tracce del rapimento e del delitto, insieme ai tre procuratori che si sono succeduti nel tempo: Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Francesco Lo Voi.
“A voi - ha concluso rivolgendosi ai giudici - spetta dire davanti alla comunità nazionale e al consorzio umano se la dignità della persona possa davvero essere calpestata senza conseguenze quando a violarla siano i regimi e i loro apparati; se esistano zone franche dell’impunità sottratte alla forza del diritto, se la tortura possa ancora nascondersi dietro il paravento della sovranità”.
“Oltre quest’aula” - Lunedì quei giudici si pronunceranno, con una sentenza che - ha spiegato ancora il pm Colaiocco - sarà letta “ben oltre quest’aula, da chi, in ogni parte del mondo, conosce il peso dell’oppressione”. Compresa “quella parte sana del popolo egiziano che guarda a questa corte come a un luogo in cui il diritto può ancora pronunciare parole che altrove non possono essere dette”. In aula sono sfilati testimoni oculari, investigatori e dirigenti dei servizi segreti, diplomatici e uomini di governo; sempre sotto l’occhio attonito e attento di Paola e Claudio Regeni, i genitori della vittima che insieme alla sorella Irene e all’avvocata Alessandra Ballerini non hanno smesso di chiedere “non vendetta ma verità e giustizia”, cercando risposte a “tutto il male del mondo” visto nel cadavere martoriato di Giulio.
E trovandole, seppure parzialmente, nella ricostruzione dell’accusa: Regeni è stato avvolto da una ragnatela tessuta dalle forze di sicurezza egiziane che erroneamente sospettavano fosse inserito in una attività di intelligence ostile al governo. Che lo ha stretto e strangolato come fa con i propri oppositori. Tesi respinta dagli avvocati d’ufficio degli imputati, che hanno assolto al mandato di una difesa tecnica e concluso chiedendo l’assoluzione dei quattro militari alla sbarra per insufficienza di indizi e prove. Arrivando a ipotizzare piste alternative e immaginarie, come quella di gruppi terroristici contrari al regime egiziano: l’imputato ombra di un processo inimmaginabile dieci anni fa, ma che lunedì giunge al capolinea.









