sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giuliano Foschini


La Repubblica, 3 novembre 2020

 

Per la morte del reporter, ucciso nel 2014 nel Donbass mentre lavorava con il collega Mironov, il sergente italo-ucraino Markiv è stato condannato a 24 anni dal tribunale di Pavia. Ma il governo di Kiev preme su politica e magistrati per inquinare il processo e scagionare il militare. La storia, purtroppo, è nota: un reporter italiano, Andy Rocchelli, ucciso in Ucraina nel 2014 insieme con un collega, Andrej Mironov, mentre svolgevano il loro lavoro in Dobass. Scattavano fotografie ai civili disperati dal conflitto quando furono colpiti da militari, appostati su una collina. Forse uno scambio di persona, forse chissà. Tra loro - questo per lo meno ha stabilito il tribunale di primo grado di Pavia - il sergente Vitalij Markiv, cittadino ucraino ma anche italiano, condannato a 24 anni per concorso in omicidio.

Oggi si terrà l'ultima udienza di quel processo di Appello, al tribunale di Milano. Un processo che è diventato però qualcosa di diverso. Un qualcosa che attiene più alla politica che alla giustizia. L'avvio del processo è stato preceduto da conferenze stampa organizzate in difesa dell'imputato svolte in luoghi istituzionali italiani - una delle quali nell'estate 2019 ancor prima del deposito delle motivazioni della sentenza, poi il 14 febbraio e il primo settembre 2020, tutte al Senato a Roma, infine l'11 settembre 2020 alla Regione Lombardia a Milano.

Le autorità ucraine, fin dal primo grado, in realtà, stanno facendo pressioni importanti sulla politica italiana. E anche sugli stessi magistrati. Nelle ultime udienze sono successe molte cose, infatti: la Corte ha raccontato di aver ricevuto "in modo un po' irrituale" una mail dal ministero della Giustizia ucraino nella quale per questioni di giurisdizione si fa notare che Markiv è cittadino ucraino. Ma anche italiano, e per questo è processato in Italia. Il ministro degli Interni ucraino, Arsen Avakov, è stato in aula. "Sono qui per proteggere e sostenere Markiv - ha detto - ci sono prove che dicono che è innocente. Di questo caso giudiziario il nostro Presidente ha parlato con Conte e abbiamo avuto dei contatti coi ministri italiani".

Sono state fatte pressioni affinché fosse usato come prova un docu-film realizzato da quattro giornalisti - tre italiani e un'ucraina, - con tanto di ringraziamento nei titoli di coda del Governo ucraino e della Guardia Nazionale. Una testimone ha raccontato di essere a conoscenza delle minacce e di una richiesta di ritrattazione di un'ucraina che avrebbe tradotto le deposizioni di due senatori, nel corso del processo di primo grado. E ancora: il sostituto procuratore generale ha chiesto che fosse trascritta un'intercettazione, sfuggita in primo grado, in cui Markiv avrebbe pronunciato in carcere la frase: "Nel 2014 abbiamo fottuto un reporter...".

Nel mezzo c'è il dolore composto e orgoglioso dei genitori di Andy, Elsa e Rino Rocchelli. Che fin dal principio non si sono arresi e hanno perseguito la verità. Ci sono le minacce ricevute dal loro avvocato, Alessandra Ballerini.

"In questi mesi - dice Articolo 21 - si è messa in moto una campagna a favore di Markiv, per provare a dimostrare la sua estraneità. Legittimo. Non altrettanto l'uso di insulti - tra lo sguaiato e il ridicolo - lanciati contro i legali della famiglia Rocchelli, contro la magistratura e contro la Federazione Nazionale della Stampa che ha voluto essere parte civile per affermare che i giornalisti non vanno mai lasciati soli".