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di Luigi Manconi

La Repubblica, 3 agosto 2022

Spesso le Organizzazioni che raccolgono i migranti nel Mediterraneo hanno lamentato come l’attività di ispezione sulle navi si sia rivelata immotivata e pretestuosa e abbia funzionato come un ostacolo - l’ennesimo - alla loro sacrosanta opera di salvataggio.

Lunedì mattina la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata in merito ai procedimenti relativi ai fermi amministrativi di Sea-Watch 3 e Sea-Watch 4, due navi appartenenti all’omonima Ong tedesca, che opera nel Mediterraneo centrale nell’attività di soccorso.

L’estate del 2020 le due imbarcazioni sono state ispezionate dalla Guardia Costiera nei porti di Palermo e di Porto Empedocle e in seguito bloccate. I fermi sarebbero stati motivati dalla mancanza di certificazione per l’attività di ricerca e soccorso in mare e dal numero troppo elevato, rispetto a quello autorizzato, di persone imbarcate. Ovvero di persone salvate dall’annegare in mare. Infine, erano state evidenziate alcune carenze tecniche che, secondo le autorità italiane, avrebbero potuto mettere a rischio la salute, la sicurezza e l’ambiente.

L’Ong Sea Watch ha fatto ricorso al Tar della Sicilia per richiedere l’annullamento dei provvedimenti e il tribunale regionale si è rivolto alla Corte di Giustizia europea. Quest’ultima, con la sua pronuncia, ha ribaltato il punto di vista: prima viene la salvaguardia della vita umana, ovvero il diritto al soccorso, poi la sicurezza marittima e la tutela delle condizioni a bordo.

La Corte ha chiarito che le navi umanitarie possono svolgere attività di ricerca e soccorso e possono essere sottoposte ai controlli da parte dei porti di approdo, ma solo se questi sono condotti nel rispetto delle convenzioni internazionali e avendo come priorità il salvataggio di chi si trovi in pericolo. E proprio per questo principio la Corte ha affermato che “il numero di persone a bordo, anche ampiamente superiore a quello autorizzato, non può costituire, di per sé solo, una ragione che giustifichi un controllo”.

Nel merito dei controlli amministrativi tre sono i punti essenziali. Il primo riguarda le ispezioni, che possono essere effettuate solo se è dimostrata, “in maniera concreta e circostanziata, l’esistenza di indizi seri di un pericolo per la salute, la sicurezza, le condizioni di lavoro a bordo o l’ambiente”. Il secondo è che lo Stato di approdo “non può imporre che venga provato che tali navi dispongono di certificati diversi da quelli rilasciati dallo Stato di bandiera o che esse rispettano tutte le prescrizioni applicabili a una diversa classificazione”.

Nel caso della Sea Watch 4, per esempio, le autorità tedesche, dopo il blocco del Tar, avevano consentito la prosecuzione delle attività in mare perché non avevano riscontrato irregolarità nella certificazione. Significa dunque che l’Italia non ha rispettato la giurisdizione dello Stato di bandiera. Un ultimo punto riguarda le azioni correttive: se l’ispezione rivela carenze, lo Stato di approdo può emettere misure sanzionatorie purché siano “adeguate, necessarie e proporzionate”.

Ora, se pure si deve ancora attendere il giudizio definitivo del tribunale regionale, questa decisione è un segnale positivo per le Ong del soccorso in mare, che hanno lamentato come l’attività di ispezione si sia rivelata spesso immotivata e pretestuosa e abbia funzionato come un ostacolo - l’ennesimo - alla sacrosanta opera di salvataggio. Che questa sia una priorità appare come un dato ovvio a tutte le persone di buon senso. Non lo è sempre, evidentemente, per tante autorità piccole e grandi.