di Giuseppe Milicia*
Il Riformista, 13 maggio 2024
Qualcuno obietta che i numeri della giustizia in Calabria - i molti innocenti incarcerati che finiscono poi assolti nel processo - in fondo significano che almeno mezza giustizia funziona. Vorremmo sfatarla questa idea. L’uomo che l’indagine segreta aveva trasformato in bersaglio, il giorno in cui il sistema riconosce l’errore commesso, non ha niente da festeggiare. Anche leggendo la sentenza che lo scagiona, non lo abbandona il pensiero che l’indagine condotta sulla sua vita con il microscopio del trojan, ha pur sempre restituito una qualche deformità etica, sintomo di propensione antropologica verso il male.
Che non sapeva di avere, ma che non è sfuggita all’occhio indagatore dell’Autorità. In fondo è solo un problema di prospettiva e messa a fuoco. Il prodotto dell’intercettazione, sezionato col bisturi e ricomposto con filo di sutura che non lascia tracce, sembra vero, inattaccabile.
Scheda del Processo
L’accusa: associazione mafiosa, diversi reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, estorsioni, favoreggiamento reale, violenza privata, violazioni in materia elettorale, aggravati dal ricorso al metodo mafioso, nonché scambio elettorale politico mafioso Gli imputati: presunti capi storici, elementi di vertice e affiliati di una cosca ‘ndranghetista operante a Sant’Eufemia d’Aspromonte; imprenditori ed esponenti politici locali
Le date: 2020 - inizio delle indagini della Procura di Reggio Calabria Febbraio 2020 - vengono emesse ordinanze di custodia cautelare per 65 indagati Com’è finita: 2021 - il Giudice per l’Udienza Preliminare di Reggio Calabria, chiamato a decidere nell’ambito di un giudizio abbreviato sulla posizione di 24 imputati ne assolve 3 e condanna gli altri che hanno scelto il rito alternativo con pene severe 2023 - il Tribunale di Reggio Calabria assolve 30 dei 51 imputati che hanno scelto di essere giudicati con il rito ordinario; pende il giudizio di appello 2024 - la Corte di Appello di Reggio Calabria riforma parzialmente la sentenza del GUP del 2021 in abbreviato assolvendo con formula piena altri cinque imputati Di prove nascoste e altri grimaldelli. [...] All’inizio della storia, anche di questa storia, c’era stata la presentazione di quel prodotto con tanto di conferenza stampa. Nel mondo capovolto dei rituali del processo penale della contemporaneità, più che l’avvio essa è il culmine.
Perché attraverso la potenza della comunicazione si realizzano con la massima efficacia gli scopi preventivi che il sistema persegue, la neutralizzazione dell’incolpato, l’ammonimento, la rassicurazione della comunità. Sembrava tutto vero, definitivo, ineluttabile quel 25 febbraio 2020, quando il Procuratore della Repubblica raccontava che l’indagine aveva colto ogni dettaglio di una serie di patti politico elettorali stipulati da qualificati attori della politica con i rappresentanti di potenti clan della ndrangheta: da Marco Siclari di Forza Italia per essere eletto al Senato alle politiche del 2018 e da Domenico Creazzo, per il tramite di suo fratello Antonino, per vincere le elezioni regionali del 2020.
Materia scottante che assicurava massima risonanza mediatica all’inchiesta. In 65 quel giorno erano finiti in carcere. All’esito della fase d’appello del giudizio abbreviato e del primo grado del processo ordinario, la metà è stata assolta. Tra essi, la totalità di quelli inquisiti per gli sbandierati accordi tra ‘ndrangheta e politica che si erano meritati la prima pagina sui quotidiani nazionali. Non si è trattato di un epilogo scontato: i ricorsi degli imputati più esposti, le vedette, erano stati respinti dal tribunale del riesame e dalla Cassazione. Le tesi della conferenza stampa ne uscivano rafforzate e continuavano ad alimentare la gogna mediatica. Difendersi in tali condizioni è come scalare una parete verticale. Non deve sorprendere che i difensori siano stati trattati come adepti di una qualche setta di eretici (adoratori del Dubbio), quando, ad indagini concluse, contestavano di non essere nelle condizioni di verificare il fondamento dell’accusa. Denunciavano l’inedito escamotage dell’ufficio del PM, che aveva interamente secretato l’enorme quantità di materiale estratto per anni mediante il trojan dalle vite degli indagati. Gli ostinati avvocati faticavano ad accettare la realtà: il pm, da tempo, è diventato padrone del processo e il credito di cui gode la sua lettura dei fatti, prescinde dal confronto leale e dipende dalla forza dell’Autorità che rappresenta e che rende insindacabili le sue prerogative.
Compresa quella di scegliere dal mazzo le carte da servire. Nell’inchiesta Eyphemos non è accaduto che il giudice abbia infine deciso di riconoscere il diritto della difesa ad avere accesso al materiale arbitrariamente secretato o che abbia rivendicato a sé il diritto di vederci chiaro nell’operazione di occultamento di ciò che il pubblico ministero certificava essere irrilevante.
Il sistema lo ha scardinato l’ansia di ricerca dell’eretico, che mentre frugava tra le registrazioni depositate (solo una infima percentuale di quanto era stata acquisito durante l’indagine: 268 su 20.333 progressivi, ossia l’1,32% per quanto riguarda il principale bersaglio dell’inchiesta), attraverso i terminali della saletta intercettazioni della Procura della Repubblica, ha scoperto un bug del sistema informatico di protezione dei dati secretati; che gli ha consentito prima di leggere e poi -sfruttando uno svarione della segreteria - anche di ottenere le copie dei brogliacci delle intercettazioni nascoste.
Da quel momento sono molti i capitoli dell’inchiesta che hanno cambiato volto. In primo luogo, quello dedicato alle pratiche illecite che i politici impegnati nella campagna elettorale avrebbero condotto per conto della ‘ndrangheta per ottenerne l’appoggio elettorale. La più scabrosa quella della corruzione dei giudici di un processo in corso presso la Corte d’appello di Reggio Calabria. L’effetto di far apparire coinvolto il fratello sostenitore del politico regionale eletto era stato ottenuto oscurando ciò che dimostrava che l’opera illecita era in realtà stata svolta da altri (nemmeno inquisiti). Il processo non è ancora concluso.
Il parlamentare Siclari, che si era fatto giudicare con rito abbreviato, è stato assolto in appello perché nel giudizio ordinario, per il suo concorrente necessario, il reato è stato ritenuto insussistente. Domenico e Nino Creazzo sono stati assolti dall’accusa di aver stipulato plurimi patti elettorali mafiosi con tre diversi rappresentanti della ‘ndrangheta. Sono stati assolti anche il presidente del Consiglio comunale e Cosimo Idà, vicesindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte. A tutti costoro era stata dedicata la conferenza stampa iniziale, verso di loro era stata sollecitata la collettiva esecrazione. Forse sarebbe il caso di ripeterle le conferenze stampa a fine processo, mettendo a confronto i costruttori di verità con gli sfregi permanenti degli scampati, che non potranno mai recuperare quanto l’accusa ingiusta ha loro sottratto.
*Avvocato penalista











