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di Davide Mattiello*

Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2026

Iride, l’operazione-show del governo che ha concentrato decine di detenuti al 41 bis nella casa circondariale di Uta, una ventina di km da Cagliari, cozza con le drammatiche affermazioni ribadite dal Procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia: in carcere comandano i mafiosi. Ci sono due premesse che nessuno dei protagonisti di questa questione intende mettere in discussione (tanto meno l’autore di questo commento): il regime carcerario noto come “41 bis” è legittimo e necessario per ridurre al minimo il rischio che appartenenti ad organizzazioni criminali particolarmente offensive, come le mafie, i quali abbiano posizioni apicali, possano continuare a comandare quelle stesse organizzazioni dal carcere e contemporaneamente possano comandare in carcere. Dal che discende la seconda premessa e cioè l’importanza che l’ambiente carcerario deputato a questo scopo sia ben studiato ed ancor meglio apparecchiato onde evitare, tra l’altro, che una infausta promiscuità tra 41 bis e altri detenuti finisca col surrogare quelle catene di comando.

L’operazione-show del governo ed in specifico del Ministero della Giustizia, che tanto sarà piaciuta all’ex sottosegretario con delega alle carceri, Andrea Delmastro (che si dimise a causa dello scandalo, ad oggi non chiarito, della bisteccheria in società con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia presta nome dei Senese a Roma), il quale aveva condiviso con l’opinione pubblica “l’intima gioia” provata al pensiero dei detenuti ristretti dietro i vetri blindati dei mezzi della Penitenziaria e qui ce ne erano almeno ottant’otto (!), pone però altri interrogativi pressanti. Alcuni di questi sono stati espressi in maniera lapidaria dalla presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, e rimanderei integralmente al suo comunicato stampa, che contesta tanto il metodo che il merito di questa scelta e si domanda, tra l’altro, come il governo pensi di supportare la Regione nella gestione delle conseguenze (che indubbiamente ci saranno) di un simile agglutinamento di detenuti al 41 bis.

Un altro si impone con le parole del Procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, che giusto venerdì sera scorso, quindi ad operazione-show avviata, intervenendo alla festa nazionale del Partito Democratico di Reggio Emilia, in un dibattito moderato dalla giornalista Stefania Limiti, al quale hanno preso parte anche don Luigi Ciotti, la sen. Enza Rando ed il Sen. Walter Verini, ha ribadito la denuncia di qualche settimana fa, che gli era costata la reazione stizzita del ministro Nordio: le carceri italiane sono fuori controllo e le mafie comandano.

Come si spiega questa apparente contraddizione tra un circuito 41 bis super blindato, deputato a neutralizzare i vertici delle organizzazioni mafiose e la denuncia del dott. De Lucia?Ricordando che la maggior parte degli affiliati alle organizzazioni mafiose non sono detenuti in regime di 41 bis, ma in “alta sicurezza”, ovvero secondo modalità che non prevedono la completa segregazione rispetto al resto della popolazione carceraria e generalmente misure attenuate di controllo. L’alta sicurezza è precisamente il punto debole del sistema carcerario.

Se a questo si aggiungono le drammatiche condizioni generali degli istituti di pena che li rendono nel loro complesso difficilmente sostenibili tanto per i detenuti, quanto per il personale impiegato e la pressoché totale impossibilità di dare attuazione alle norme volute dal governo ed assai pubblicizzate in materia di esecuzione della pena in modalità alternativa alla detenzione in carcere per tossicodipendenti ed alcooldipendenti, il sospetto che quella di Uta sia stata principalmente una grande operazione propagandistica, si rafforza eccome.

Tanto più che come si conviene ad un coro bene affiatato è stata proprio la voce della presidente Colosimo a levarsi per snocciolare orgogliosamente i numeri impressionanti del “passaggio a Uta”: 207 agenti tra Gom, Gio e reparti territoriali, 65 veicoli di servizio articolati in 8 convogli terrestri, 7 ambulanze, 10 voli militari, 2 aerei della Guardia di Finanza e 2 droni per il monitoraggio dall’alto (fonte Unione Sarda).

Senza mettere mano all’alta sicurezza, senza verificare in concreto e in un lasso di tempo congruo quanto siano effettivamente adeguate le strutture di Uta e Nuoro per un numero così elevato di 41 bis, senza rafforzare significativamente i presidi locali e gli strumenti di prevenzione al fine di controllare tutto il “cascame” di conseguenze sociali ed economiche prodotte da questa densità (come giustamente lamentato dalla presidente Todde), senza fare del carcere ciò che pretende la Costituzione anche in termini di possibile riscatto personale da parte di chi ha sbagliato, difficilmente di avvicinerà la fine delle mafie.

Tanto più che poche cose fanno da “ricostituente” alle mafie di certi segnali che più di tante operazioni e di tanti decreti, sono in grado di evocare un habitat più o meno favorevole. Qualche esempio? Impegnare il Parlamento nella abolizione dell’abuso di ufficio, nella limitazione della durata temporale delle intercettazioni come pure della loro utilizzabilità o negare alla magistratura l’accesso alle chat tra Delmastro e Caroccia.

*Art. 21 Piemonte, già deputato del Partito Democratico