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di Michele Gambirasi

Il Manifesto, 31 marzo 2026

L’appello Arci, Anpi, Acli, Libera e Pax Christi: “Ci preoccupano la diffusione della corruzione, la presenza pervasiva delle mafie, lo stato indecente delle nostre carceri”. “C’è un tema prima di tutto: serve aprire una discussione sulla giustizia perché con il referendum non è accaduto. D’altronde la legge è uscita dal parlamento tale e quale a come ci era entrata dal consiglio dei ministri”, dice Walter Massa, presidente dell’Arci. All’indomani dell’esito referendario che ha bocciato la riforma Nordio, insieme ad Anpi, Acli, Libera e Pax Christi hanno rivolto un appello ad aprire un tavolo per una riforma della giustizia senza che il tema vada in soffitta: “Ci preoccupano la diffusione della corruzione, la presenza pervasiva delle mafie, lo stato indecente delle nostre carceri dove quotidianamente operiamo, le crescenti diseguaglianze sociali”. “SI APRE una fase nuova. Non è il momento né della rimozione né della contrapposizione sterile, ma di un confronto reale che parta dai bisogni” hanno scritto.

Il messaggio è che il fronte del No eccede qualsiasi schieramento: “L’esito referendario riguarda un campo larghissimo, più grande delle opposizioni”, sintetizza Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi. “Per cui ci rivolgiamo alla politica in senso generale, partendo dalla società civile: c’è uno scarto tra il paese reale e il progetto costituzionale” dice. “Ci siamo rivolti sia alla maggioranza, impegnata in epurazioni, che avrebbe la responsabilità di chiamare a sé gli altri. Ma anche alle opposizioni perché insistano su questi punti e non vadano alla deriva cercando il futuro candidato premier”, spiega Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli.

La prima impressione è che, bocciata la riforma Nordio, in materia del governo Meloni rimarrà solamente il codice penale ingrossato per oltre 400 anni di carcere con 50 nuovi reati. “La politica ora deve cambiare aria, parlare di giustizia sociale e non di giustizialismo”, dice Manfredonia, “Il governo finora ha introdotto solo norme che avevano come fine ultimo il diritto penale. Serve al contrario sicurezza sociale: investire nel campo educativo, non criminalizzare chi salva morti in mare, mettere un freno al lavoro povero”. “Il risultato sono carceri sovraffollate, non in grado di rieducare, che diventano luoghi di morte” prosegue Walter Massa.

Nel 2025, secondo i numeri del garante e del Dap, le morti in carcere sono state 254. “Chiediamo che la discussione sia aperta perché si lavori con chi nelle carceri entra e esce ogni giorno: al momento è un tema necessario, la qualità della vita dentro è a geografia variabile a seconda di dove è l’istituto e di chi lo dirige. Va affrontato seriamente, non da chi ci entra una volta l’anno”, prosegue.

Ancora tra le questioni da affrontare sottolineate dalle associazioni c’è quella del personale e e delle risorse: “Riteniamo necessario un impegno concreto per rendere il sistema giudiziario più efficiente e giusto: più personale, più risorse, tempi certi dei processi, piena digitalizzazione”. Rispetto alla media europea, in Italia mancano almeno dieci giudici ogni 100mila abitanti e quasi altrettanti pm. Degli 11mila funzionari assunti con il Pnrr, in quasi 2mila non saranno stabilizzati.

L’altro versante cui si volge l’appello è quello del contrasto alle mafie. “Non è una cosa che si costruisce con interventi simbolici, serve una strategia coerente. Mafie e sistemi corruttivi prosperano nelle zone grigie, tra ritardi, frammentazione delle informazioni e debolezza dei controlli”, dice Francesca Rispoli, copresidente di Libera. Le direttrici su cui vengono auspicati gli interventi sono diverse: “Innanzitutto una questione organizzativa, ridurre i tempi dei procedimenti, personale più qualificato e una gestione efficiente dei fascicoli”, spiega.

“Poi una forte specializzazione, i reati di mafia non possono essere trattati con una formazione generalista. Serve una capacità di seguire i flussi di denaro, rafforzando gli strumenti di analisi finanziaria. E la protezione di chi denuncia, senza whistleblower, imprenditori e funzionari che trovano il coraggio di esporsi molti meccanismi rimangono invisibili. Una giustizia più efficiente non è solo più veloce, ma in gradi colpire fenomeni più complessi”.