di Francesco Manacorda
La Repubblica, 10 luglio 2022
Serve al più presto una risposta che attutisca le differenze di reddito, dando una spinta a quelli più bassi, e sistematizzi i sostegni alla parte più povera della popolazione.
Gli oltre quattro milioni di lavoratori che guadagnano meno di mille euro lordi al mese, certificati dall’Istat nel suo Rapporto 2022, gettano una luce non nuova, ma significativa, sulla condizione dell’Italia. Anche se nei dati ufficiali manca una parte di economia sommersa che esiste e contribuisce a molti dei redditi più bassi, i “working poors”, le persone che lavorano, ma allo stesso tempo galleggiano con un reddito che non gli consente di vivere dignitosamente, non sono più da tempo un fenomeno circoscritto a società come quella americana bensì una realtà europea a tutti gli effetti. E assieme a loro ci sono anche i 5,6 milioni in condizione di povertà assoluta. Un dato quasi triplicato rispetto al 2005, nonostante l’effetto mitigatore del reddito di cittadinanza.
Al micidiale combinato disposto della pandemia, che ha penalizzato i lavoratori meno qualificati, e poi della guerra che sta spingendo in alto i prezzi non solo dell’energia, ma anche degli alimentari, si aggiunge l’inflazione generata in larga parte dagli effetti di quegli eventi. Si tratta di una vera “tassa sui poveri”, che erode i redditi e nel caso dei lavoratori dipendenti non può essere contrastata se non con un aumento degli stipendi.
Di fronte a questo quadro di diseguaglianze in aumento le tensioni sociali sono state finora molto limitate. Con l’arrivo dell’autunno - quando anche il peso degli aumenti di gas ed elettricità si farà sentire in pieno - potrebbero accendersi in modo più serio. Per questo serve al più presto una risposta che attutisca le differenze di reddito, dando una spinta a quelli più bassi, e sistematizzi i sostegni alla parte più povera della popolazione, cercando di rendere strutturali interventi che oggi (vedi il bonus da 200 euro) appaiono dettati dall’emergenza.
Sulla spinta ai redditi più bassi due sono i temi sul tappeto. L’introduzione di un salario minimo, che il ministro del Lavoro Andrea Orlando sostiene con convinzione, e la riduzione del cuneo fiscale, cioè la differenza tra il lordo che le aziende pagano ai lavoratori e il netto che rimane loro. Una misura su cui tutti sono in teoria d’accordo, ma dove l’unanimità si infrange su due scogli: il costo per le finanze pubbliche, che in base alle richieste degli industriali dovrebbe essere di 16 miliardi, e il modo in cui sarebbe ripartito lo sconto fiscale tra aziende e lavoratori.
Difficile dunque che nei prossimi mesi si facciano passi avanti su questo fronte, mentre più promettente è il confronto sul salario minimo che comincerà dopodomani, quando i sindacati sono stati convocati a Palazzo Chigi. La strada che si prospetta - fissare i minimi salariali delle categorie sulla base dei contratti collettivi già firmati - non sarà forse risolutiva ma appare più praticabile di un’imposizione per legge. Confindustria, che non è entusiasta dei salari minimi perché afferma che tutti quelli firmati dai suoi associati sono sopra i 9 euro che potrebbero essere appunto la soglia minima, non dovrebbe avere troppi problemi a un accordo.
Per quello che riguarda il reddito di cittadinanza, invece, è arrivata l’ora di un tagliando, visto che non è riuscito ad “abolire la povertà”, come proclamò Luigi Di Maio non ancora fulminato sulla via di Draghi. Ma sono stucchevoli anche le polemiche su chi preferirebbe reddito e divano a un impiego. Separare i sussidi di povertà dal collocamento, visti gli scarsi risultati ottenuti, potrebbe essere una strada. Ridurre una rete di protezione per i più deboli no.
I dati dell’Istat ci ricordano - se mai ce ne fosse bisogno - che la questione irrisolta dell’equità rimane al centro delle società. Se chi è al governo non riuscirà a dare rispose effettive, nonostante una maggioranza oggi all’apparenza così instabile, la strada per le destre populiste sarà ancora più facile.










