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di Gennaro Grimolizzi

Il Dubbio, 4 novembre 2024

L’inchiesta sui dossieraggi della Procura di Milano rappresenta il pericoloso tentativo di condizionare non solo la politica, ma anche l’economia. “Credo che quanto emerso - sostiene il professor Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato all’Università degli Studi di Salerno faccia sorgere più di un dubbio rispetto all’esistenza di un disegno preciso. La divisione politica, poi, tra maggioranza e opposizione è ancora più inquietante. D’altra parte questo è lo stesso tema per cui, in particolar modo a sinistra, bisognerebbe rendersi conto che la battaglia per un ripristino della separazione dei poteri e per un giornalismo corretto, non invasivo, ma non per questo sottomesso, non è di destra. Non è una battaglia solo di una parte politica, ma è una battaglia direi comune, istituzionale. Anzi, secondo me, dovrebbe essere un tema privilegiato a sinistra più che a destra”.

Professor Sica, il nuovo scandalo emerso con l’inchiesta di pochi giorni fa ha definitivamente confermato che la caccia alle informazioni è ormai diventata per qualcuno un affare. Come si proteggono i dati?

I dati si proteggono da un punto di vista normativo, ma la principale difesa è di tipo tecnico. Ci sono dei margini di rischio quasi ineliminabili rispetto all’acquisizione dei dati. Non dobbiamo però dimenticare chi, nella vicenda che qui ci occupa, controllava l’integrità e la sicurezza delle banche dati da cui è stata fatta l’impressionante attività di dossieraggio. Teoricamente la norma individua delle figure precise e delle responsabilità specifiche. Adesso sarebbe molto interessante non solo concentrarsi sulla fuga dei dati, che è un fenomeno delicatissimo, ma soprattutto sarebbe molto utile sapere come mai il titolare del trattamento di questi dati, soggetto pubblico o privato, giustificasse il mancato livello di protezione che, evidentemente, nei fatti è venuto meno.

Siamo diventati “la repubblica dei dossieraggi” o questa espressione è esagerata?

Non è affatto un’esagerazione. Abbiamo superato ogni livello di guardia, perché si tratta più di un’attività spot legata ad alcuni soggetti infedeli, ma addirittura un’attività professionale. L’altra faccia della medaglia riguarda l’individuazione dei committenti dell’acquisizione dei dati e dei dossieraggi. Come nel caso dell’inchiesta di Perugia, tuttora in corso, non bisogna solo interrogarsi su chi ha compiuto accessi illeciti alle banche dati. Se si vuole arrivare al fondo del problema, occorre interrogarsi su chi sono i committenti e, soprattutto, per quale ragione effettuassero gli accessi illeciti. Spero che si passi dalla fase in cui si enfatizza la gravità di alcuni fatti emersi alla individuazione dei soggetti interessati ad acquisire dati riguardanti soggetti pubblici. Quando si fa riferimento alla democrazia, occorre rilevare che questa si fonda pure su un corretto mercato. Sarebbe interessante sapere, per esempio, se ci sono informazioni economiche sensibili che sono state trafugate, se sono state messe a disposizione di qualcuno e per quale finalità.

Non sono marginali i profili deontologici connessi ad alcuni soggetti autorizzati ad entrare nei database o destinatari di una serie di informazioni. La deontologia conserva ancora una centralità nello svolgimento di determinati lavori?

In un libro del 1995, che ho avuto modo di tradurre e pubblicare in Italia, il sociologo francese Claude-Jean Bertrand, riteneva ancora preminente lo strumento deontologico. In particolar modo, rispetto al giornalismo, Bertrand sosteneva che non occorresse un intervento normativo, sempre delicato in questa materia, ma che la deontologia, non solo intesa come generica regola etica di condotta, ma intesa come vero e proprio metro di misura della responsabilità professionale, fosse sufficiente. Una posizione che mi trova d’accordo. In riferimento al contesto attuale, il mio pensiero non può che andare ad un tipo di giornalismo voyeuristico, pruriginoso e tecnicamente ormai scadente, che sta prendendo piede in Italia. Non basta, però, solo la deontologia.

Come per l’Intelligenza artificiale, la componente umana è sempre importante per regolare e gestire determinati processi. Ciò vale pure per la custodia e la protezione dei dati. L’elemento umano è imprescindibile?

Nelle vicende che sono balzate agli onori delle cronache nei giorni scorsi la componente umana è messa al centro ed è andata in crisi con condotte illecite e infedeli. L’Intelligenza artificiale, va sempre sottolineato, non è buona o cattiva in sé. Io credo che ci vorrà molto tempo perché l’Intelligenza artificiale possa aspirare a sostituire l’intelligenza umana. È evidente che un’intelligenza umana perversa o deviata riceve un’amplificazione delle proprie potenzialità, in questo caso eversive, dall’Intelligenza artificiale.

Con l’inchiesta della Procura di Milano sui dossieraggi ancora una volta, da più parti, è stato invocato l’ennesimo intervento legislativo. Cosa ne pensa?

Non credo che occorrano per forza nuove regole, basterebbe applicare correttamente quelle esistenti. Faccio un esempio: il Regolamento europeo per la protezione dei dati personali prevede una filiera molto precisa di compiti e di successive responsabilità di soggetti ben individuati, il trattamento, il responsabile dei dati, il Data protection officer. Diverso il tema sulla istituzione di un’Agenzia nazionale per la protezione dei dati trattati in ambito pubblico, che, nel contesto in evoluzione, potrebbe avere un senso.