di Franco Corleone
L’Espresso, 3 gennaio 2025
Se la Corte bocciasse il referendum sulla cittadinanza, darebbe il colpo fatale alla partecipazione popolare. La Cassazione ha dato il via libera al referendum sulla cittadinanza e ha definito, consultando il comitato promotore, il quesito che sarà sottoposto al giudizio popolare: “Cittadinanza italiana. Dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta della cittadinanza italiana”. Ora la parola passa alla Corte costituzionale per il giudizio di ammissibilità. Il presidente facente funzione Giovanni Amoroso ha fissato la camera di consiglio per il 13 gennaio e l’udienza pubblica è prevista per il 20: in quell’occasione il comitato promotore sarà rappresentato dal professor Enrico Grosso dell’Università di Torino.
La decisione rappresenterà davvero una prova di democrazia e di responsabilità, tenendo conto che la Corte deciderà probabilmente con undici componenti; il Parlamento, per calcoli di potere, non ha ancora eletto quattro giudici, mettendo a rischio lo stesso funzionamento di un organo istituzionale responsabile di atti delicati. I poteri della Consulta, in tema di ammissibilità dei quesiti referendari, si sono enormemente dilatati nella pratica rispetto alla lettera dell’articolo 75 della Costituzione. Molti autorevoli giuristi hanno sottolineato il peso di una giurisprudenza accumulata nel tempo che si configura come percorso a ostacoli dall’esito incerto per i quesiti referendari; mettendo a rischio anche quei referendum che presentano un quesito semplice e limpido.
È questo il caso di quello sulla cittadinanza: l’abrogazione di due norme della legge 91/1992 produce l’effetto di estendere a tutti gli stranieri maggiorenni di Stati non appartenenti all’Ue la possibilità di richiedere la concessione della cittadinanza dopo cinque anni di residenza legale e senza avere commesso infrazioni penali; tale possibilità già esiste, ma solo per alcune categorie di persone. Il quesito appare omogeneo, la norma risultante dall’abrogazione è immediatamente applicabile, dunque non varrebbe l’eventuale obiezione di quesito “manipolatorio”.
Infine, non mette in discussione le scelte di fondo del legislatore del 1992, ma si limita a fissare condizioni di uguaglianza fra gli immigrati attraverso un periodo minimo di residenza uguale a quello adottato da molti Stati europei. Peraltro, il referendum ripristinerebbe il termine dei cinque anni vigente nella legislazione italiana dal 1912 al 1992. Purtroppo, resteranno confermati i lunghi tempi dell’esame della domanda di cittadinanza da parte del ministero dell’Interno (due/tre anni per la conclusione del procedimento amministrativo).
Il quesito risponde ai criteri definiti dalla Consulta, dunque non dovrebbe esserci preoccupazione per la decisione. Nel merito, l’esito positivo del voto popolare sarebbe di grande rilievo perché, oltre a segnare un cambio di cultura, consentirebbe l’estensione dei diritti politici a un numero consistente di persone, che sarebbero in grado di trasmettere la cittadinanza ai minori conviventi. Eppure, proprio il peso del referendum potrebbe intimorire, indurre ad appigliarsi a inconsistenti vizi formali per allontanare una prospettiva politicamente “scomoda”.
Se ciò accadesse, sarebbe un colpo alla democrazia già in crisi e una conferma alla sfiducia dei cittadini sia verso la democrazia rappresentativa limitata da leggi elettorali truffaldine sia verso il referendum, l’unico strumento che può dare spazio alla sovranità popolare. Il referendum è stato sottoscritto da 637.487 persone, perlopiù giovani e donne. La loro partecipazione entusiasta non va frustrata.









