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di Andrea Colombo

Il Manifesto, 20 settembre 2025

Al ministero della Giustizia circola un crescente nervosismo. A palazzo Chigi pure. Le rilevazioni, sulla riforma della giustizia ancora in via di approvazione, valgono ben poco: però quel poco dice che la partita non è affatto vinta a tavolino. Il referendum della prossima primavera è un rischio, più grosso di quanto probabilmente la premier prevedesse. La scelta di passare dal progetto iniziale, quello di partire con il premierato rinviando la separazione delle carriere, a una strategia opposta serviva proprio a questo: mettere al riparo il governo e chi lo dirige dalle ricadute di una eventuale sconfitta.

Il premierato è di Giorgia Meloni, anzi è Giorgia Meloni. La riforma della giustizia è targata Forza Italia. Situazione ideale: eventuale vittoria dell’intero governo, possibile sconfitta solo degli azzurri. È già chiaro che le cose non andranno così. La separazione delle carriere è materia ostica, gli italiani che la conoscono e la capiscono si contano, quelli che la vivono come urgenza impellente sono anche di meno. Non a caso della sostanza non si è sin qui praticamente parlato mai e si proseguirà con il medesimo registro.

Nessuno spiegherà davvero l’assunto in base al quale separare le carriere equivarrebbe ad asservire le toghe al potere esecutivo. Ma nessuno, sull’altro fronte, giustificherà mai l’urgenza di una riforma sulla quale si possono avere pareri opposti ma che di urgentissimo non ha più nulla. In parte si tratterà di uno scontro tra il centrodestra e la magistratura, che non vanta più i consensi popolari di un tempo ma qualcosa dell’oceanico sostegno ereditato da tangentopoli ha conservato.

In parte ben maggiore sarà proprio quel che la premier voleva evitare: un plebiscito sul governo. A preoccupare il governo è proprio la consapevolezza che la corrente tira in quella direzione e che di conseguenza anche molti che sarebbero favorevoli alla separazione voteranno contro per infliggere un colpo micidiale alla destra e a chi la guida. La riforma ancora non c’è, attende la quarta e ultima approvazione al Senato. La polarizzazione è invece è già squadernata e coinvolge la base non solo i vertici. In attesa che il voto del Senato regali lo sparo d’inizio, i due fronti già affilano le armi e preparano le argomentazioni che, naturalmente, non potranno riguardare il quesito referendario perché di quello importa pochissimo a pochissimi.

Il cavallo di battaglia del fronte referendario, i nemici della riforma, sarà la difesa della divisione dei poteri e la necessità di salvare la democrazia difendendo l’autonomia della magistratura. In realtà, se è vero che la riforma in sé non minaccia quell’autonomia è anche vero che l’ordalia referendaria si è caricata di un significato simbolico che va ben oltre la sostanza della riforma.

Governo e maggioranza proveranno a presentarsi come chi vuole “liberare” la magistratura dal giogo delle correnti ma è un’arma spuntata e probabilmente la premier lo sa perfettamente: per passare da liberatori bisogna che ci sia chi chiede di essere liberato. Il discorso contundente, per quanto implicito, sarà dunque la necessità di sciogliere le mani dal governo da chi le tiene legate in particolare sugli eterni cavalli di battaglia della destra: la sicurezza e soprattutto l’immigrazione clandestina. Se non la si può combattere a dovere, di chi la colpa se non dei “magistrati politicizzati”? Ma alla fine, che alla premier piaccia o meno, la sostanza della sfida sarà secca: con Giorgia o contro Giorgia.