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di Irene Testa*

Left, 2 agosto 2024

I diritti vengono continuamente calpestati nelle carceri, dove vivono in condizioni disumane e degradanti oltre 60mila persone. Il decreto Nordio non ha cambiato nulla, anzi. Per questo motivo il Partito Radicale ha lanciato la campagna per il rispetto della Costituzione. Nelle carceri del nostro Paese esiste la pena di morte: quella inflitta dallo Stato a chi è privato della libertà. Quella inflitta a ragazzi spesso malati, che convivono con gravi dipendenze e disagi psichiatrici, in condizioni sanitarie precarie. Sono soprattutto loro, i giovani, a mettere fine alla loro esistenza all’interno di strutture dove la dignità e il diritto non esistono. Dove regna il sovraffollamento, l’abbandono, dove i diritti della persona vengono calpestati. Nonostante la strage di detenuti continui, nonostante i dati inquietanti sul sovraffollamento, le difficoltà del personale penitenziario, si va avanti nella totale indifferenza delle istituzioni.

Aspettavamo tutti con urgenza il decreto del ministro Nordio approvato in questi giorni. Avrebbe dovuto dare soluzioni, mandare un segno di civiltà e dimostrare responsabilità. Invece è una delusione, una manovra inefficace che non affronta le radici del problema delle carceri italiane. Mi domando se, chi l’ha scritto e sostenuto, abbia mai messo piede in un istituto detentivo. È un’offesa per garanti, operatori del sistema penitenziario e associazioni per i diritti umani, oltre che per i detenuti, ovviamente, ai quali uno Stato inefficiente, ingiusto, inconsapevole, si permette di chiedere loro buona condotta non rispettando esso stesso i principi fondamentali del diritto.

Le cifre parlano di 61.480 detenuti per 51.234 posti regolamentari, che in realtà sono 47mila. Questo sovraffollamento “criminogeno” come sottolineato dal presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), Giuseppe Santalucia, riprendendo un concetto usato da sempre da Marco Pannella, non viene minimamente risolto. Il decreto Nordio anziché portare aria di cambiamento complica le cose, per i detenuti che vedranno ritardate le scarcerazioni, per i magistrati di sorveglianza - appena 230 in tutta Italia - a cui è stato imposto un metodo di lavoro che risulterà in sostanza impraticabile.

L’onere di esaminare le richieste di libertà anticipata rimane come prima, infatti, per questi magistrati, i cui carichi di lavoro già esorbitanti rischiano di aumentare ulteriormente. È la burocrazia in sostanza a farla da padrona, rimanendo una volta in più un ostacolo insormontabile; non ci sarà nessuna semplificazione. In questo contesto, non si è peraltro pensato minimamente ad aumentare l’organico della magistratura di sorveglianza, così come quella degli psichiatri, degli psicologi e degli educatori che servirebbero a fiumi. Sorrido amaramente quando sento parlare della tanta proclamata “umanizzazione” del sistema penitenziario sventolata dal ministro Nordio. Basterebbe facesse funzionare le cose con razionalità e buon senso. Ma, accettando il buon proposito, mi domando di quale umanizzazione parli, non riuscendo peraltro a determinare un cambiamento in meglio delle esistenze dei detenuti, mentre ciò che serve al “pianeta carcere” non è solo e tanto un’umanizzazione - fin troppo umani, se vogliamo, nella loro organizzazione tanto fallimentare i nostri istituti - quanto il rispetto dei diritti e del diritto, a iniziare da quello costituzionale.

Da inizio anno, 58 detenuti si sono tolti la vita, un numero che mette in evidenza l’abbandono e la disperazione in cui vivono queste persone. Non è solo una questione di sovraffollamento, ma anche di mancanza di assistenza sanitaria adeguata, di condizioni igieniche pessime e soprattutto di un’assenza totale di supporto psicologico ed educativo. Sempre più sono i nuovi giunti a escogitare di togliersi la vita, sempre più spesso giovani e soggetti psichiatrici che si trovano all’improvviso privati della libertà, in una situazione di abbandono totale, di norma senza mezzi e denaro necessario neanche per fare una telefonata o acquistare beni essenziali.

L’abbandono e l’esclusione della società inizia all’esterno, e nelle strutture questa dimensione assume quei caratteri che appaiono totalmente claustrofobici e insormontabili, infine istituzionalmente violenti. La gravità di questa situazione è sotto gli occhi di tutti, e mi domando come sia possibile che in questo decreto non si sia deciso di investire risorse sull’aspetto assistenziale: psicologi, psichiatri ed educatori, figure fondamentali per un approccio più umano e rieducativo del sistema carcerario che invece si continua a ignorare. Non era difficile. Invece tutto resterà come è. Una parte del decreto introduce l’istituzione di un albo di comunità che potranno accogliere alcune tipologie di detenuti, ma dove sta la novità?

Già le Regioni hanno questi elenchi. Si tratterebbe piuttosto di individuare le comunità che vanno messe in sicurezza e quelle che dovranno essere create. Non tutte sono infatti attrezzate per le esigenze particolari, per alcuni detenuti servono trattamenti specifici: il malato psichiatrico non può andare con i tossicodipendenti. E ancora, sul decreto: i benefici per buona condotta erano già previsti. Dove sarebbe la novità? Senza parlare, poi, degli aspetti sanitari. Spesso si costringe il personale di polizia penitenziaria a fare il lavoro dei medici, degli infermieri. Spesso tutto è lasciato alla buona volontà dei volontari, delle associazioni, degli operatori, ma non è serio un sistema penitenziario che fa la colletta per i ventilatori perché ad agosto le celle sono roventi e le strutture prive di sistemi di aerazione. Un sistema penitenziario statale che deve fare ricorso alla Caritas, per fornire i calzini o le mutande a un detenuto, non è serio.

Ma peggio: non è ammissibile un sistema penitenziario che non è in grado neanche di somministrare regolarmente i farmaci alle persone che ne hanno bisogno. Purtroppo la medicina penitenziaria è stata mutilata, sottratta in maniera irragionevole dal mondo delle carceri, creando un altro mondo parallelo pieno di problemi. Solo un esempio: la diffusione della tubercolosi, uno dei grandi problemi riscontrati da tempo negli istituti penitenziari, avrebbe necessitato un intervento urgente della Sanità nazionale. Parliamo di una malattia altamente contagiosa che, in un ambiente sovraffollato come quello carcerario, si diffonde rapidamente. Mi domando se le istituzioni di riferimento ne siano a conoscenza.

Le aspettative di chi conosce il mondo penitenziario sarebbero state quelle di vedere introdotte riforme che potessero realmente incidere sulla qualità della vita dei detenuti e sul funzionamento del sistema penitenziario. Ma finora così non è stato. Davanti a questo sfacelo, a questa inerzia da parte del governo che non ha alcuna intenzione di porre rimedio attraverso politiche strutturali alla gravissima, persistente situazione di abbandono delle carceri, dei detenuti, degli agenti, dei direttori e del personale tutto, dipendente, precario, volontario, il Partito Radicale continua e intensifica la sua lotta affinché lo Stato possa rientrare nella legalità costituzionale, restituendo dignità e rispetto del diritto, reiterando la richiesta di un provvedimento di amnistia.

Rivendichiamo che questo strumento non può essere considerato una “resa dello Stato”, come ha dichiarato il ministro Nordio, ma un presidio di buon governo inserito nella Costituzione per essere utilizzato in situazioni straordinarie ed emergenziali. E oggi siamo in emergenza. Nei giorni scorsi il Consiglio generale del Partito Radicale ha promosso una campagna rivolta al presidente della Repubblica e ai magistrati di sorveglianza affinché provvedano subito, su richiesta dei detenuti che avanzeranno istanze di “grazia”, alla sospensione della pena nei confronti di tutti coloro che nelle carceri italiane vivono in condizioni incompatibili con un trattamento penitenziario contrario al senso di umanità, in manifesta violazione dell’articolo 27 della Costituzione e dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Si tratta di una campagna volta a denunciare le condizioni disumane e degradanti in cui versano i detenuti, tramite formali istanze di “grazia” (i formulari predisposti dagli avvocati del Partito Radicale nel sito partitoradicale.it), di sospensione delle pene per motivi umanitari e l’adozione di iniziative in autotutela verso il ministero.

*Tesoriera del Partito Radicale e Garante detenuti della Regione Sardegna