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di Conchita Sannino

La Repubblica, 22 gennaio 2023

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il vice premier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il vice premier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini.

La prima lezione destinata al Guardasigilli Carlo Nordio: basta con l’attacco frontale ai pubblici ministeri. “I magistrati non intercettano mica a casaccio”. L’altra a FdI: niente bavaglio alla stampa: “Servono notizie e opinioni scomode”. La Lega si smarca dall’abbraccio mortale del Nordio-pensiero, prova a rientrare in partita sulla Giustizia, terreno presidiato in passato con posizioni non meno incendiarie dell’attuale ministro di via Arenula, e bacchetta i meloniani nel tentativo di chiudere con (inedito) equilibrio la settimana del paradossale corto circuito del governo sull’Antimafia e corruzione. La settimana cominciata con lo storico arresto di Matteo Messina Denaro finisce infatti con la toppa che il ministro della Giustizia è costretto a mettere da solo sulle polemiche aperte dalle proprie parole - in Senato e alla Camera - con fratture che si trascinano da giorni.

Dimettermi, io? “Mai pensato”, scrive a sera Carlo Nordio, in un comunicato ufficiale. Il sabato però comincia con le bordate del Carroccio. Matteo Salvini recapita un messaggio chiarissimo al ministro della Giustizia. “Spero che sia finito il tempo dei contrasti tra politica e giudici. C’è bisogno di serenità e tranquillità e la politica deve evitare lo scontro con la magistratura e viceversa”, chiede secco il vicepremier e ministro dei Trasporti. Poi il “suo” sottosegretario in via Arenula Andrea Ostellari arriva a stretto giro: sostiene la tesi che non vada tappata la bocca ai giornalisti - contestando, senza mai nominarlo, il suo collega meloniano di via Arenula, il deputato FdI Andrea Delmastro, che ipotizzava norme in quella direzione - e ricorda che “l’Italia non ha bisogno di conflitti e divieti, ma di fiducia” e l’obiettivo va raggiunto “assicurando” ai pm “tutti gli strumenti utili a svolgere, con efficacia, la sua funzione”. Leggi: intercettazioni senza restrizioni. Due mosse per dire che la linea della Lega non è quella degli annunci di guerra del ministro, quando getta accuse indiscriminate sugli “abusi” negli ascolti a strascico. E che vanno lette in parallelo alla decisione di Giorgia Meloni di far calare il silenzio intorno alla Giustizia.

Il segnale parte dalla Lombardia. Salvini è attento nei toni, tranchant con le battaglie di via Arenula. “Nordio - spiega il vicepremier - pone l’accento su alcuni abusi ma l’importante è che non ci siano polemiche con l’intera magistratura che ha al lavoro persone perbene che sono in Tribunale non per fare politica, o per intercettare a casaccio”. Importante, per Salvini, è evitare “nuovi scontri tra pezzi dello Stato”, perché “c’è bisogno di una riforma della giustizia fatta con magistrati e avvocati non l’uno contro l’altro”. A tenere la linea del partito di Meloni ci pensa il capogruppo Tommaso Foti: “Nordio ha parlato degli abusi, le intercettazioni restano fondamentali per l’attività investigativa. Dobbiamo capire se sia giusto che prima che un cittadino sappia di essere indagato, siano già pubblicate sui giornali”.

Ma netto è il leghista Ostellari. “La qualità di una democrazia si misura anche dalla libertà della stampa di pubblicare notizie e opinioni scomode”, sottolinea il sottosegretario leghista. Chissà cosa ne pensa il collega Zaia, che a quanto pare aveva molto gradito la crociata di Nordio, quando in Parlamento ha fatto il suo nome citando le recenti captazioni sulla sua guerra al virologo Andrea Crisanti. Ostellari precisa: le regole “servono, perché non può esistere il diritto alla gogna. La soluzione tuttavia va individuata senza mettere il bavaglio ai tanti professionisti dell’informazione che contribuiscono a rendere la nostra società più informata e vigile”. Parole alate.

Non sembrano neanche della Lega. Certo, non sono gli auspici choc che l’allora Salvini, tre anni fa e mezzo fa, riservò al tema delle “intercettazioni di vita privata che finiscono sui giornali”. Era ministro dell’Interno, giugno 2019. “In galera - sentenziò - In galera sia chi le fa uscire dalla Procura, sia chi le pubblica”.