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di Barbara Stefanelli

Corriere della Sera, 5 agosto 2022

I più giovani rappresentano soltanto l’8% di chi vota. La politica deve riconquistarli alla vita democratica. Superato lo sgomento dei primi giorni per l’insensata caduta dell’esecutivo guidato da Mario Draghi, ci stiamo rassegnando - con la malinconia dei déjà vu - alla campagna elettorale che ci porterà al 68° governo della storia repubblicana.

Il 25 settembre gli italiani e le italiane che avranno compiuto 18 anni, con un elettorato attivo per la prima volta allineato tra le due Camere (non ci sarà più la soglia dei 25 per poter ricevere la scheda del Senato), sono chiamati a eleggere un Parlamento nuovo: 400 deputati e 200 senatori (rispetto ai 945 delle precedenti legislature). Cambiano i numeri, si stanno componendo faticose alleanze nel centrosinistra e nel centrodestra, sono ancora aperti i giochi per definire liste e mappe nei collegi. Quella che rischia di non mutare in quest’estate surriscaldata è la sfiducia di fondo nella capacità dei partiti di agire per il bene comune.

Quello che rischia di crescere ancora, fino a divampare, è il timore che la volontà riformatrice di cui la politica dovrebbe nutrirsi venga alla fine sotterrata dai tentativi più spregiudicati di accaparrarsi consensi, offrendo legittimità al risentimento, alla paura, ai rancori che ci attraversano in questa stagione di guerra e pandemia, di crisi economica e climatica. Ma “lo Stato poi siamo tutti noi, non qualcun altro del quale possiamo ignorare il destino”, come ha scritto Ferruccio de Bortoli su Oggi. E dunque il numero che dovrebbe cambiare nella prossima domenica elettorale settembrina è quello degli astenuti (nel 2018 votò il 72,9 per cento degli aventi diritto, che non è neppure poco rispetto ad altri Paesi vicini, ma nel 1948 andò alle urne il 92%). E, ancora di più, quello dell’astensione dei più giovani.

Se chiedete in giro, o a casa, pochissimi dei nostri ragazzi e ragazze credono nell’utilità del proprio voto, nella possibilità di essere protagonisti o anche solo comparse della vita democratica. Chi ha tra i 18 e i 24 anni sa di rappresentare poco più dell’8% della popolazione attesa alle urne. Una percentuale crollata di 10 punti in vent’anni in un Paese afflitto dalla denatalità e da un’ormai cronica emigrazione di persone all’inizio della propria vita professionale. Un elettorato esiguo - e mutevole perché presto si sposterà verso un’altra fase esistenziale, con altri interessi - si confronta con il fronte agguerrito degli over 60, sempre più largo, da tradizione assai più omogeneo, stabile per decenni a venire. E meno tentato dall’astensione.

La verità, tuttavia, è che pensare un programma di misure per i giovani non dovrebbe significare comporre un pacchetto di nicchia, contro altre fasce della popolazione; bensì ragionare sul futuro dell’Italia, tutti compresi. Investire sull’educazione di base, sull’integrazione tra percorso scolastico e lavorativo, sull’innovazione e la digitalizzazione del sistema che spesso ci lega e rallenta invece di sostenerci, sul contrasto al cambiamento climatico che ci affligge, sui diritti individuali così come stanno mutando agganciati alla giustizia sociale. Le ondate di Covid hanno radicalizzato l’apatia. Ci pare di essere stanchissimi, rigettati in un vuoto pubblico. Il dono di una campagna elettorale senza risse e promesse impossibili, animata da un confronto civile tra idee e numeri, attenta alle generazioni che più hanno da chiedere, sarebbe cura e vaccino. A dose unica e senza effetti collaterali.