di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2025
Furono anni di violenza cieca, ma anche di forti ideali. Anni di terrore, come di speranze. E in quell’ampia stagione di riforme al centro ritornò il cittadino, compreso quello recluso, con la sua dignità. Dignità richiamata fin dalla prima frase del primo articolo dell’Ordinamento penitenziario, approvato il 26 luglio di cinquant’anni fa. Dignità che è più del divieto a trattamenti “degradanti”, per usare il lessico delle norme; è restituzione dei diritti fondamentali. E “dignità” nelle carceri è tornato ad evocare il Presidente della Repubblica, sollecitando “interventi urgenti e lungimiranti”.
Uno sguardo lungo è proprio la cifra che rende la riforma del codice penitenziario, vecchia di mezzo secolo, ancora così moderna e in molti aspetti ancora così inattuata. Pur nei terribili anni di piombo si comprese come la risposta al crimine non potesse essere solo la custodia degli autori di reato, ma una completa presa in carico della persona, per restituirla alla società dei liberi non più disposta a delinquere. Così chiede la Costituzione e così suggerisce la convenienza. Perché il carcere costa, moltissimo (3,4 miliardi l’anno, in gran parte per il personale) e perché solo col crollo della recidiva si risponde al bisogno di sicurezza delle vittime e dell’intera comunità.
Ma affinché il percorso riesca, occorre restituire al complesso sistema penitenziario la sua funzione di ponte tra dentro e fuori, raccolta dall’ordinamento; di istituzione deputata non solo a contenere, ma accompagnare ognuno dei detenuti attraverso un cammino su misura. Un cammino a cui sono chiamati molteplici attori.
C’è già tutto nei 91 articoli del codice del 1975 (firmato da Leone, Moro, Reale e Colombo). C’è il dovere di “chiamare per nome” il detenuto, che è una persona e non un numero, che indossa suoi abiti e non anonime divise, come in certi istituti americani. C’è il diritto a vivere in ambienti con adeguati livelli di igiene, areazione o vitto: quelle condizioni materiali valutate dai giudici al momento di risarcire in caso di “trattamento inumano e degradante”, secondo i dettami della Corte europea dei diritti dell’uomo che nel 2013 condannò l’Italia per livelli di sovraffollamento prossimi all’attuale. Ed è per questo, ad esempio, che il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ordina di spostare quanti da Sollicciano lamentano celle con infiltrazioni, intonaco sbrecciato e cimici.
Per l’ordinamento, infatti, il detenuto è titolare di diritti che non decadono con la condanna (salvo eccezioni), compreso quello al reclamo. Ma quell’ordinamento, che cinquant’anni fa non mancava di farsi carico di cosa c’è prima del reato e poi della fase cruciale dell’uscita - prevedendo la “partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa” (art. 17) - resta in parte sulla carta anche proprio per la sua lungimirante visione d’insieme. Difficile da attuare in un sistema con scarsa comunicazione tra competenze diverse, che lo rende parafulmine di tutto quello che fuori non funziona e facilita le distopie di cui scrive Pietro Buffa (Narrazioni e distopie penitenziarie, Edizioni Intra, 2024), per anni dirigente penitenziario. Un sistema che solo con estrema lentezza riesce ad allinearsi alle indicazioni normative.
Così se dopo decenni solo la metà delle celle ha le docce all’interno, come richiesto dal codice, non stupisce che sia servito un anno e mezzo dopo la sentenza della Corte costituzionale e gli ordini di più Tribunali per aprire una breccia al diritto all’affettività. Con l’attuale sovraffollamento - 62mila detenuti per 51mila posti (compresi i 4.500 inagibili) e un trend di ingresso in aumento - è lettera morta l’indicazione di “un numero non elevato” di reclusi fissato dall’ordinamento che sottolinea l’esigenza di locali “per la vita in comune”.
Una concezione dello spazio, dunque, che le norme vorrebbero non solo di custodia ma di “socialità, affettività, programmazione”, come richiamato da Mattarella. Parole che assumono un valore ancor maggiore, quando da mesi si aspetta il piano del commissario straordinario dell’edilizia penitenziaria, Marco Doglio, con gli annunciati prefabbricati per 7mila nuovi posti letto, impantanato tra il concerto del Mef e pastoie politiche.
Nel frattempo, un’altra rovente estate è iniziata con l’“inaccettabile dramma dei suicidi” (emblematiche le 12 storie raccontate da Alessandro Trocino in Morire di pena, Laterza) ad interrogare su quanto al carcere manca. Innanzitutto un adeguato supporto psicologico: al di là dei nuovi investimenti rivendicati dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio (3 milioni annui), sono evidenti i limiti del sistema sanitario penitenziario con competenze diffuse tra Regioni e Asl e variazioni significative (anche sui compensi per gli specialisti, 96 euro lordi a Trento, 24 a Siracusa). Ma quali risposte si possono dare se a fronte di 62mila detenuti gli educatori sono 1.040 (pianta organica quasi al completo, 1.099)?
O le persone in lista d’attesa (664 a fine 2024) per entrare in una Residenza per l’esecuzione di misure di sorveglianza (che hanno sostituito i manicomi giudiziari) sono più di quelle ricoverate (630), per non parlare dell’altissima percentuale di disturbi psichiatrici dentro le celle? Nessuna novità sul piano in cantiere da 300 nuovi posti in nuove Rems. Ecco che allora generosi operatori, a cominciare dalla polizia penitenziaria, si fanno carico di mansioni che sarebbero di altre professionalità.
Negli anni 70 la malattia mentale fu inserita in un ampio sistema di welfare, ma se oggi questa è una delle emergenze penitenziarie, avviene anche perché lì finisce chi è rimasto escluso da altre reti sanitarie e sociali, che dovrebbero prevenire il reato. Se 50 anni fa il welfare entrava in carcere, oggi è il carcere a offrire non di rado supporto sociale a chi fuori non ha nulla. Luogo dei “senza speranza”, secondo la lapidaria espressione del capo dello Stato.
Un cortocircuito, per cui il “reato diventa la risposta a quanto prima non ha funzionato e poi si chiede al carcere il miracolo della risocializzazione”, sintetizzava in un convegno Giacinto Siciliano, provveditore degli istituti del Lazio: un’analisi che tiene conto della trasformazione della popolazione detenuta, sempre più espressione di marginalità a differenza degli anni Settanta.
E se è vero che le riforme penitenziarie, ripeteva lo storico direttore di San Vittore Luigi Pagano, “vengono realizzate solo col consenso dell’opinione pubblica”, sempre più difficile diventa anche la traduzione amministrativa di quanto già previsto dalle norme di 50 anni fa. Lungimiranti e moderne, per la flessibilità nel tradurre alti principi in una realtà che cambia. Se si vuole.











