di Fabrizio Geremicca
Il Manifesto, 5 gennaio 2025
La legge di bilancio appena approvata non stanzia nulla per il contrasto alla povertà educativa minorile, così rischiano di sparire i progetti del Terzo settore che avevano trovato una copertura dal 2016. “È aberrante che l’orfano debba fare domanda per avere un sussidio e che questo non venga erogato immediatamente. Devono essere le istituzioni ad andare dagli orfani e non viceversa”. Giuseppe Delmonte, 45enne milanese, la cui madre fu assassinata nel 1997 dall’ex marito, aveva fatto questa denuncia nel corso di un convegno sugli orfani di femminicidio che si era svolto in Campania. Chissà cosa avrebbe detto se avesse saputo che il governo Meloni si apprestava a non rifinanziare il fondo dedicato al contrasto alla povertà educativa minorile, con il quale si sostengono anche i progetti per gli orfani di femminicidio. Il fondo fu alimentato con circa 360 milioni dalle Fondazioni bancarie nel triennio 2016 - 2018, a seguito di un protocollo d’intesa col governo e con il Terzo settore. La legge di Bilancio 2019 lo confermò per il triennio 2019 - 2021 e mise a disposizione 55 milioni annui di credito d’imposta a favore delle Fondazioni, che ne potevano fruire per il 65% degli importi versati e a carico delle quali si prevedeva un contributo annuo di circa 80 milioni.
Prorogato più volte fino al 2024, il fondo ha un valore complessivo attuale di circa 800 milioni. Destinati però a esaurirsi. “Si interromperanno - protesta Fedele Salvatore, capofila con la cooperativa Irene 95 del progetto Respiro (Rete di Sostegno per percorsi di inclusione e resilienza con gli Orfani speciali) - anche i percorsi di accompagnamento e sostegno a quelli che hanno perso un genitore per la violenza dell’altro. Noi ne seguiamo un centinaio nell’Italia meridionale, dove gli orfani di femminicidio sono circa 300”. Ha dunque scritto una lettera a Giorgia Meloni perché ripristini la dotazione e garantisca “misure stabili e coraggiose per contrastare la povertà educativa”. Il trauma di bambini e ragazzi che perdono un genitore perché assassinato dall’altro o magari da un nuovo compagno lo raccontano le testimonianze raccolte da Roberta Lippi nel suo podcast: “Respiro, storie di orfani di femminicidio”.
Emergono vicende come quelle dei figli di Stefania, ammazzata dal convivente (morbosamente geloso) a Sant’Antimo, in provincia di Napoli, quando i due bambini avevano rispettivamente 19 mesi e 4 anni. Affidati alla nonna Adriana, che fu lasciata da sola a provare a raccontare al più grande dei due (il bambino chiedeva della mamma) una indicibile verità. Fu Adriana a dover chiedere aiuto agli assistenti sociali, perché nessuno si fece carico del problema. Le mandarono su sua insistenza uno psicologo per un paio di colloqui: “All’inizio - racconta nonna Adriana - lo Stato è stato assente. Solo le associazioni mi hanno aiutato, anche sotto il profilo economico”.
“Con la dotazione del fondo - spiega Salvatore - abbiamo istituito equipe multidisciplinari specialistiche per affrontare il trauma post evento degli orfani, abbiamo attivato percorsi psicoterapeutici, scolastici e formativi. Sono state finanziate attività sportive e viaggi. Abbiamo inoltre reclutato specialisti per interloquire con le procure, i carabinieri, i tribunali per i minorenni. Svolgiamo attività di formazione nelle scuole e accompagniamo le famiglie affidatarie nelle pratiche per accedere ai contributi della legge 4 del 2018”. È quella che prevede una indennità di 300 euro al mese, istituisce borse di studio e un indennizzo di circa 50mila euro ai familiari della vittima. “Ben pochi la conoscono - conclude - tra i familiari delle vittime e tra gli assistenti sociali”.










