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asl5oristano.it, 19 luglio 2025

L’istituto penitenziario, che ospita circa 220 detenuti, può contare oggi su un team sanitario, organizzato dalla Asl 5 di Oristano e composto da una dirigente sanitaria e sei medici che garantiscono l’assistenza di base, più uno psichiatra, uno psicologo, diversi specialisti otto infermieri e due operatori socio-sanitari. All’interno anche la videointervista al giovane medico, che lavora in carcere. “Ho scelto questo lavoro perché sono affezionato agli ultimi”. Sono le parole di uno dei medici che lavorano nel carcere di massima sicurezza di Massama.

L’istituto penitenziario, che ospita circa 220 detenuti, può contare oggi su un team sanitario, organizzato dalla Asl 5 di Oristano e composto da una dirigente sanitaria e sei medici - due dei quali si alternano nell’assicurare i turni diurni dalle 8.00 alle 20.00, e i restanti a coprire i notturni, dalle 20.00 alle 8.00 del giorno successivo -, più uno psichiatra, uno psicologo, diversi specialisti (tra cui un chirurgo, un diabetologo, un endocrinologo e un cardiologo), otto infermieri e due operatori socio-sanitari. Ogni giorno vengono visitati in media 30 pazienti: ogni detenuto ha la possibilità di richiedere la visita durante il giro che gli infermieri fanno la mattina presto.

I professionisti dell’area sanitaria sono impegnati nel garantire l’assistenza pressoché h 24 all’interno della struttura, dove sono presenti anche strumentazioni diagnostiche come l’ecografo e l’elettrocardiografo, mentre nei casi più gravi ed urgenti vengono disposti i trasferimenti protetti in ospedale o nelle strutture sanitarie del territorio.

La dirigente sanitaria - Arrivata a Massama circa sette anni fa dopo un percorso ospedaliero, da allora si occupa a tempo pieno dei pazienti reclusi. “È un’esperienza forte perché ci si trova a contatto con una realtà difficilmente immaginabile dall’esterno, ma che arricchisce professionalmente e umanamente - spiega la dirigente - . Purtroppo la carenza di medici si registra anche qui, ma attualmente un piccolo gruppo di giovani colleghi sta facendo l’esperienza del lavoro in carcere e stiamo formando un bel team di lavoro”.

Il medico - “Si tratta di una realtà in cui cerchiamo di assicurare il maggior numero di prestazioni possibile all’interno del carcere, perché disporre visite e controlli all’esterno è particolarmente complesso dal punto di vista organizzativo - spiega il medico -. Per questo, ci troviamo ad affrontare una varietà estrema di patologie, da quelle croniche, come le cardiopatie o il diabete, a quelle che rientrano nella sfera psichiatrica, che hanno un’incidenza particolarmente elevata”.

Il bilancio del giovane medico, che per la prima volta a febbraio ha visto chiudersi il portone del carcere dietro le sue spalle, è oggi estremamente positivo: “Quando sono entrato per la prima volta, non nascondo di aver avuto un certo timore nell’affrontare questa realtà - spiega il medico -. Oggi questo timore si è completamente dissolto. Si è creato un rapporto di fiducia con i detenuti, che sanno di trovare in me e nei colleghi un punto di riferimento per ciò che riguarda i loro problemi di salute, sono consapevoli che siamo lì per aiutarli a stare meglio in una condizione che è, oggettivamente, difficile, essendo privati della libertà. Io - aggiunge il medico - dall’altra parte vedo semplicemente un essere umano. Per scelta, non voglio sapere quali reati i detenuti hanno commesso, perché questo potrebbe influenzarmi: per me sono semplicemente dei pazienti”.

Quanto alla sicurezza, il medico smonta i luoghi comuni che dipingono il carcere come un luogo pericoloso per chi ci lavora: “Devo dire - aggiunge il professionista - che in tutti questi mesi non ho mai subito minacce o aggressioni e che, paradossalmente, il penitenziario mi sembra un ambiente di lavoro più sicuro rispetto a un punto di guardia medica o a un Pronto Soccorso, dove purtroppo si registrano spesso episodi di violenza ai danni degli operatori sanitari”.

“Penso che l’esperienza della medicina penitenziaria sia preziosa per un giovane medico, sia dal punto di vista professionale che umano - chiarisce -. Professionale, perché vediamo una estrema varietà di patologie che difficilmente demandiamo all’esterno: è una grande palestra. Umano, perché impariamo ad andare oltre i pregiudizi, a vedere non persone che hanno sbagliato, ma esseri umani che hanno bisogno di essere curati, qualunque sia la loro identità e il loro passato”.