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di Vincenzo Bisbiglia

Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2023

Possibili testimoni oculari subito trasferiti e forti incongruenze negli orari forniti dai dipendenti del carcere. Emergono nuovi dettagli attorno alla morte di Stefano Dal Corso, il 42enne romano trovato senza vita il 12 ottobre 2022 in una cella del carcere di Oristano. La Procura sarda non ha mai disposto l’autopsia sul corpo del giovane, ritenendo sufficiente l’esame esterno della salma - effettuato del “medico di base” della casa circondariale - che ha stabilito il suicidio.

La famiglia Dal Corso però non crede che Stefano si sia tolto la vita, si oppone alla richiesta di archiviazione dell’indagine sul decesso e chiede con forza la riapertura del caso e l’esame autoptico sulla salma. E per farlo ha anche ottenuto il supporto pubblico della senatrice di Verdi-Si, Ilaria Cucchi.

Dall’istanza di opposizione all’archiviazione presentata dall’avvocata Armida Decina, che Il Fatto ha potuto visionare, emergono nuovi punti definiti “critici”. Intanto i possibili testimoni oculari. La psicologa del carcere, sentita dai pm il 22 febbraio, ha riferito che “almeno due detenuti comuni - si legge negli atti - sono stati spostati nel corso della mattinata e che (…) la cella di fronte a quella” di Dal Corso, al suo arrivo, “era vuota”.

Dagli atti risulta che nessuno dei due detenuti è stato interrogato nell’immediatezza dei fatti: il primo, C.C., è stato sentito solo dopo la sua scarcerazione, il 24 febbraio, e ha potuto solo riferire che Stefano “nell’arco della mattina chiedeva di avere un colloquio, non ho capito bene con chi”. Il secondo, G.C., dal giorno della morte del 43enne - notano gli avvocati - è stato trasferito a Cagliari e non è mai stato interrogato.

I legali della famiglia Del Corso chiedono che vengano sentiti entrambi. Nell’atto di opposizione, inoltre, sono state messe in rilievo possibili incongruenze sull’ora del rinvenimento del cadavere. Sono riportate, ad esempio, le parole a verbale del capo del carcere, Andrea Garau, secondo cui “l’ultima volta che ho visto vivo Stefano erano le ore 14:40 circa, lo ricordo con precisione perché sono transitato davanti alla sua cella”; per la dottoressa del reparto di Infermeria, invece, “alle ore 14:40 ho guardato l’orologio all’inizio della manovra di rianimazione”; la psicologa del carcere, infine, rispondendo ai pm circa l’orario della morte, dice che “erano certamente le ore 14:00 passate”. Elementi da cui, per gli avvocati, “non emerge alcuna coerenza” e dunque si necessitano nuovi e “più accurati” approfondimenti.