di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 ottobre 2019
Alla fine non ce l'ha fatta, nemmeno per poche ore ha potuto riabbracciare i familiari a casa. Mario Trudu, ergastolano ostativo recluso da 41 anni, è morto all'ospedale di Oristano per complicanze polmonari dopo aver vinto la sua lunga battaglia per curarsi fuori dal carcere di Massama e riabilitarsi fisicamente stando ai domiciliari.
Questo è il fine pena mai che vige in Italia e pochissimi altri Paesi. Questo è l'ergastolo ostativo quando non si collabora con la giustizia: si può uscire dal carcere solamente tramite una bara. Mario Trudu muore proprio quando due sentenze, quella della Cedu e poi della Consulta, aprono una breccia nel muro di cinta del fine pena mai.
Trudu avrebbe avuto tutte le carte in tavola per poter uscire da uomo libero, riabilitato, pronto per ricominciare a vivere, come prevede la nostra Costituzione scritta da chi ha conosciuto la ferocia dello Stato etico durante il fascismo. Non a caso, sulla nostra carta costituzionale non viene menzionato l'ergastolo così come il carcere. La svolta culturale, la più alta e illuminante, fu proprio quella.
Però Mario Trudu non ha potuto, nessun permesso premio, nessuna libertà condizionale e nemmeno, fino a venti giorni fa, la possibilità di curarsi adeguatamente fuori dal carcere. C'è la sua avvocata Monica Murru, la quale da anni si è battuta per lui, che giovedì sera ne ha dato la triste notizia. "Mi hanno appena avvisato che Trudu non ce l'ha fatta - scrive Murru - è morto stasera nel reparto di terapia intensiva, senza essere potuto tornare a casa neppure una manciata di ore. Ho davanti il suo viso, le sue braccia fatte di muscoli lunghi di uomo di campagna, come se avesse sempre zappato la terra anziché stare 40 anni in carcere, il suo sorriso ironico. E mi sento addosso il peso pesante di un lavoro inutile, di un risultato arrivato troppo tardi".
E infine aggiunge: "Una sopraggiunta proprio adesso che la Corte Europea dei diritti umani e la Consulta hanno sancito una svolta verso una giustizia umana, verso una pietà che Mario non ha potuto sperimentare. Stanotte la mia toga è pesante e fredda come una coperta sarda. Una burra di orbace capace di schiacciarti, ma non di scaldarti".
Trudu faceva il pastore, ma ha anche fatto parte della famosa Anonima sequestri. Infatti venne condannato per due sequestri di persona. Del primo si dichiarava da sempre innocente, e tramite il suo libro edito da Stampa Libera "Totu sa beridadi, tutta la verità, storia di un sequestro" - teneva molto a sottolineare che se non fosse stato per quella prima ingiusta condanna (30 anni, ha scritto, sono davvero troppi per un reato non commesso) non avrebbe architettato il rapimento poi compiuto fuggendo da Ustica, dove era al confino in attesa della sentenza di Cassazione. Non per giustificarsi, aveva sottolineato, ma per spiegare quali sono stati i meccanismi dell'odio e della rabbia.
Era in carcere, come detto, da 41 anni, destinato a morirvi perché, assumendosi in pieno la responsabilità del sequestro dell'ingegner Gazzotti (morto in uno scontro a fuoco poco prima che venisse rilasciato), non ha mai fatto i nomi dei suoi complici.
E lo Stato, nel caso di non collaborazione, è feroce, spietato, senza concedere alcuna possibilità. Trudu in occasione di un'udienza per chiedere di curarsi disse: "Non vi sto chiedendo di farmi uscire, ma di farmi curare". Non è uscito dall'ergastolo ostativo, perché I magistrati ritenevano che la sua collaborazione potrebbe in astratto essere ancora possibile.
L'avvocata Murru aveva presentato una miriade di istanze di permesso, anche legate a progetti, ma non era mai riuscita a ottenere nulla. Con la sentenza della Consulta avrebbe avuto finalmente la possibilità. Ma troppo tardi. Ora Trudu non c'è più.
Sdr: morte Mario Trudu monito per le istituzioni
La scomparsa di Mario Trudu non può essere una notizia di cronaca da mandare in archivio dopo qualche giorno. È una morte che reclama giustizia per quanto è accaduto e per ciò che attende chi vive la condizione di perdita della libertà e lo fa in condizioni di salute precaria. Lo hanno compreso bene i detenuti della Casa di Reclusione di Oristano-Massama che, con una raccolta di fondi hanno voluto salutare l'uomo di Arzana con una corona di fiori, come ha testimoniato il Cappellano don Gabriele ai familiari. Quella di Mario Trudu è una testimonianza importante e significativa per chi nutre ancora fiducia nelle Istituzioni e nello Stato di diritto. Ciascuna di esse ha il dovere di interrogarsi e conservare nella memoria la battaglia civile che un uomo ha condotto in 41 anni di detenzione, condannato al carcere ostativo in seguito alla applicazione retroattiva di una norma, oggi peraltro ufficialmente incostituzionale, Nessun riscatto per lui. Nessuna possibilità di essere riammesso al consorzio civile, neppure con una grave malattia invalidante che infine lo ha costretto a cedere.
Mario Trudu insomma è un testimone esemplare, per molti forse ancora scomodo, delle contraddizioni, violazioni dei diritti umani e storture del sistema penitenziario in generale e di quello sanitario in particolare, specialmente negli ultimi tre anni della sua tormentata vita detentiva. Una persona che, raggiunta la totale consapevolezza degli errori commessi, vinta la sua intima battaglia contro l'odio e il desiderio di vendetta, ha più volte richiamato l'attenzione sulla illegalità della norma contrapposta alla Costituzione (il 4bis che applicato all'ergastolo ha reso questa pena senza fine e senza scopo).
È lui che ha chiesto in più occasioni di essere fucilato in piazza, pubblicamente dunque, per rendere palese la "forza" di uno Stato che, in barba ai principi costituzionali sintetizzati dall'art.27 della pena finalizzata al recupero sociale, applica la legge della vendetta, l'attesa della morte come liberazione. E questo risentimento che appare ispirato dall'odio per l'incapacità di garantire una giustizia giusta a chi ha subito il torto e a chi lo ha fatto, sembra riverberarsi nel diritto alla salute, altro valore imprescindibile per i Padri costituzionalisti.
Trudu aspettava da un anno troppo tempo di essere curato per la sclerodermia, una malattia polmonare che se trascurata non lascia scampo. Tanti appelli rimasti senza risposta, oltre alle sollecitazioni di specialisti. La tappa successiva è stato il tumore alla prostata. Perfino raggiungere l'ospedale San Martino di Oristano da Massama, secondo tempi adeguati, è stato un terno al lotto. Non è facile accettare la fine della vita come naturale compimento di un percorso di esistenza, ma diventa impossibile quando si cumulano ritardi, dubbi, ripetute richieste inevase. Quando subentra la disperazione e il cuore lacrima sangue. Mario Trudu è morto libero ma la sua storia non deve finire così, ha aperto una strada alla riflessione, ai tanti punti oscuri di un sistema che ha bisogno di una radicale ristrutturazione affinché sia davvero extrema ratio.









