di Francesco Grignetti
La Stampa, 22 maggio 2025
L’avvocato Giuseppe De Lucia presenta un esposto alla Corte di appello di Cagliari e per conoscenza al procuratore generale e al magistrato di sorveglianza. “Io chiuso a chiave in una cella insieme con il detenuto”. In Sardegna c’è un carcere che sembra in tutto e per tutto una Alcatraz italiana. Si trova ad Oristano, in località Massama. È stato costruito di recente, inaugurato nel 2012, e classificato come istituto per l’Alta sicurezza. Un gradino sotto la Massima sicurezza. Ci sono quasi solo condannati per reati di criminalità organizzata: mafiosi siciliani, camorristi campani, ‘ndranghetisti calabresi, qualche pugliese. Già di per sé è un’anomalia, questo penitenziario così lontano per le famiglie dei detenuti. Ma poi giungono notizie inquietanti sul clima che vi si respira. Qualche giorno fa, un legale che doveva avere colloqui con alcuni assistiti è stato chiuso per più di un’ora in una cella, quella adibita agli incontri. Probabilmente volevano impedirgli di incrociare il magistrato di sorveglianza che era lì in visita.
L’avvocato Giuseppe De Lucia ha appena presentato un esposto alla Corte di appello di Cagliari e per conoscenza al procuratore generale e al magistrato di sorveglianza. Racconta: “Un agente di polizia penitenziaria, presente fuori la stanza, dapprima chiudeva la porta blindata e poi dava una/due mandate alla serratura allontanandosi subito dopo. Immediatamente lo scrivente, sbigottito da tale atteggiamento, cominciava a dare forti colpi con la mano sul portoncino blindato”.
La storia ha uno sviluppo quantomeno inquietante. L’avvocato è dentro la cella, chiuso a chiave, che protesta. L’agente da fuori, nel corridoio dove transitano gli avvocati, gli urla che “quella porta deve restare chiusa”. Ma così non è mai, in genere. A forza di proteste, il legale vede riaprirsi il portoncino blindato per qualche centimetro. “Istintivamente lo scrivente, che per cercare di uscire per prendere aria, apriva il blindato, ma si vedeva “sbattere” la porta in faccia dall’esterno sempre dal medesimo agente di polizia penitenziaria”. Alla fine viene aperta la porta dal lato dei detenuti, verso le celle, non dal lato degli esterni. E così sarà per un’ora finché arriva un altro agente e la situazione è sanata. Conclusioni dell’esposto: “Tale situazione di assoluto disagio, che veniva ripreso dalle telecamere interne, ha infuso nello scrivente un profondo stato d’ansia, nonché timore a ritornare presso detto Istituto per colloqui con i propri assistiti, nonostante la necessità di conferire”.
Questo esposto, però, non è il primo e non sarà l’ultimo. L’avvocato De Lucia, infatti, è collegato all’associazione “Bon’t worry”, una Ong fondata e presieduta dalla pugnace avvocata Bo Guerreschi, che gira come una trottola per i penitenziari italiani a difesa dei diritti dei detenuti. E Guerreschi da due anni sta inondando di esposti e lettere il Dap, il ministero della Giustizia, e la magistratura della Sardegna in merito al carcere di Oristano.
Un penitenziario tristemente famoso perché 2 anni fa vi è stato ritrovato morto un detenuto romano, Stefano Dal Corso, apparentemente per suicidio, ma su cui l’autopsia insinua molti dubbi. Altro motivo di inquietudine: nel luglio scorso tutti e quattro i medici in servizio nel carcere avevano dato le dimissioni per non avere più nulla a che fare con Massama.
Ed ecco che cosa l’associazione scriveva a Nordio nel febbraio di quest’anno: “Riceviamo lettere dove i detenuti rinchiusi ad Oristano ci segnalano situazioni sempre più aberranti e pericolose per la loro incolumità… Ci segnalano ancora abusi e torture nelle celle denominate “lisce”... Buttati indumenti personali. Mobiletti distrutti per impedirgli di appendere qualsiasi cosa. Insultati e denigrati continuamente... Continue violenze psicologiche, offese, denigrazioni, umiliazioni, togliere o lasciare oggetti concessi un giorno e l’altro no, dicendo che “doveva pagare per quello che aveva fatto”. Sono stati fatti rapporti adducendo che i detenuti stessero urlando, che “battessero il blindo” invece risulterebbe essere un falso”.
Carceri italiani tra sovraffollamento e disagio - E così via a lungo. “Nel periodo estivo, messi in isolamento senza finestre, senza ventilatori e in caso qualcuno si fosse sentito male, nelle ore dalla sera alla mattina, “nessuno è presente per intervenire”. Ci sono detenuti ergastolani che per recarsi nella sala hobby devono fare la domandina. La risposta dell’area trattamentale è stata che “nella sala hobby non vai più perché devi pagare per quello che hai fatto”. Uno dei nostri assistiti, ergastolano, avrebbe dovuto scontare 2 anni di isolamento diurno (cioè non in totale isolamento, ndr), ma gli viene risposto che lì “non c’è possibilità e che, essendo ergastolano deve rimanere da solo come in tutti le carceri”. Si precisa che non è un 41bis”. Commenta amaramente Bo Guerreschi: “Il ministero e il Dap devono occuparsi seriamente di quel che accade a Oristano”.









