di Andrea Ossino
La Repubblica, 2 ottobre 2024
L’avvocato della famiglia: “I consulenti del pm contestano la mancata autopsia fatta nell’immediatezza. Nella relazione si evidenziano comunque una serie di disattenzioni della procura. Adesso abbiamo chiesto altre indagini”. “Sul corpo di Stefano Dal Corso sono state trovate tracce sospette di Dna”. Ma nel fascicolo mancano tutti i documenti necessari a chiarire le cause del decesso. Emerge anche questo dalla relazione dei medici incaricati di effettuare l’esame autoptico sul detenuto romano morto il 12 ottobre del 2022 nel carcere di Oristano.
I dottori parlano di sopralluoghi in cella, esami, materiale fotografico e certificati medici. E scrivono: “Nulla di tutto ciò è presente”. I documenti sono pochi e imprecisi. I certificati medici non sono neanche firmati. E l’esame ai polmoni necessario per capire le cause della morte non è stato fatto. Adesso è ormai tardi. Così l’autopsia chiesta per sette volte dalla famiglia della vittima e ottenuta solamente otto mesi fa porta alla luce solo nuovi misteri. I medici nominati dai pm e anche quelli chiamati in causa dall’avvocato della famiglia, Armida Decina, concordano: impossibile capire con certezza se il 42enne si sia suicidato o sia stato strangolato dopo aver discusso con alcuni secondini, come rivelano due testimoni.
Le carenze della procura e le nuove “tracce di Dna” - Dal giorno della morte è infatti trascorso troppo tempo. I legali della famiglia hanno continuato a ripeterlo ma solo dopo 7 richieste, conferenze stampa a Montecitorio, due testimoni, una telefonata anonima, un libro con misteriose rivelazioni e qualche ispezione ministeriale l’esame tanto agognato è stato effettuato.
Tutti concordano sul fatto che è stato perso troppo tempo, che la documentazione è carente e che sul corpo del detenuto non ci sono “lesioni ossee di natura traumatica”, dunque non è morto “per rottura dell’osso del collo”, come sostenevano le relazioni dei primi medici, quelle che hanno portato ad archiviare il caso, poi riaperto. E poi ci sono le parole dell’avvocato Armida Decina: “I consulenti del pm contestano la mancata autopsia fatta nell’immediatezza.
Nella relazione si evidenziano comunque una serie di disattenzioni della procura. Adesso abbiamo chiesto altre indagini perché sono state trovate altre tracce di Dna che non appartengono a Dal Corso”.Il consulente del pm dice che “non sono state rilevate lesioni dovute a terzi” ed è difficile che qualcuno abbia strangolato Dal Corso perché servirebbe una gran forza, ma la controparte fa notare che la vittima era imbottita di farmaci e il tempo trascorso rende impossibile sapere le dosi precise, se quei medicinali lo abbiano stordito al punto tale da non essere in grado di difendersi. Il tutto perché chi ha analizzato inizialmente il corpo è “privo di necessaria competenza medico legale” e ha fatto una diagnosi “frettolosa” e “generica”. Del resto non capita spesso di leggere la parola “maleficio” in un certificato medico.
Il caso di Stefano Dal Corso - Doveva essere la fine e invece è un nuovo inizio. E dal principio occorre dunque partire. Da quando i parenti di Stefano Dal Corso si sono accorti che qualcosa non andava: le scarpe indossate dalla vittima non erano le sue, l’inferriata alla quale aveva legato il cappio era troppo bassa e il taglierino utilizzato per stracciare il lenzuolo era spuntato dal nulla. Lo stesso copriletto utilizzato per il cappio era intatto e il letto ben fatto. E poi c’erano delle strane macchie di sangue. Alla procura però non bastava.
Un medico generico aveva detto che si era rotto l’osso del collo impiccandosi e questo bastava. Il caso è stato archiviato sulla base di relazioni di servizio arrivate mesi dopo la morte: per gli investigatori un detenuto si è ucciso poco prima di essere scarcerato, dopo aver scritto una lettera alla figlia in cui diceva di voler ricominciare una vita insieme. La vicenda sembrava finita.
Prove, testimoni e libri oscuri - Poi un paio di detenuti hanno iniziato a parlare dicendo di aver sentito urla, spiegando che Dal Corso aveva avuto screzi con “le guardie”. Un anonimo che dimostrava di sapere molte cose interne al penitenziario ha anche telefonato alla sorella della vittima dicendo che il 42enne era stato ucciso perché aveva assistito a un rapporto sessuale tra due secondini. Inoltre a casa della donna un finto fattorino Amazon aveva consegnato un libro di una mistica austriaca con due capitoli evidenziati: “La confessione” e “La morte”.
Neanche ciò è bastato ai pm per disporre un’autopsia. L’intervento dei media e di alcuni parlamentari forse invece hanno ottenuto un effetto. Grazie all’impegno dei familiari e dell’avvocato Armida Decina il caso è stato riaperto e l’autopsia è stata effettuata. Ma dopo due anni, quando il corpo è ormai in elevato stato di decomposizione.










