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di Alessandra Ziniti

 

La Repubblica, 7 maggio 2019

 

Come nel caso del giovane che ha manifestato a Napoli sono molti gli eredi di famiglie malavitose che rinnegano i clan. Francesca ha 28 anni e suo padre lo hanno portato via da casa che lei ne aveva uno. "Sono figlia di un ergastolano - dice - e come sono cambiata io anno dopo anno così è cambiato lui. I nostri padri cambiano perché noi figli ci abbiamo messo la faccia".

Tommaso, suo padre, è Tommaso Romeo, boss della 'ndrangheta e killer, una condanna a vita sulle spalle. "Grazie all'amore delle mie figlie ho avuto la forza di sopravvivere per 27 anni in un luogo pieno di disperazione, ma quell'amore mi ha anche fatto cambiare".

Carcere Due palazzi di Padova, sezione di massima sicurezza dove mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti sono murati vivi. È qui che è nato un progetto che, faticosamente, è riuscito a far parlare padri e figli, a creare le condizioni per una "dissociazione" che nulla ha a che fare con la collaborazione con la giustizia ma che salva entrambi.

 

L'artefice è Ornella Favero, giornalista, fondatrice e direttrice della rivista Ristretti Orizzonti e presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia. La vostra è un'esperienza felice e unica. Ci racconta come nasce?

"Tutto nasce da una domanda: che cosa deve fare un mafioso per dimostrare che ha davvero voglia di chiudere con il suo passato, di dire basta a una vita che ha portato distruzione a sé e alla sua famiglia? La risposta è stata: partire proprio da quella famiglia, da quei figli che, nella maggior parte dei casi, sono proprio all'origine della decisione di tacere, di sopportare il carcere in silenzio proprio per non esporli a vendette o costringerli a cambiare nome o città".

 

Chi sono e quanti sono questi detenuti che insieme ai figli hanno aderito al vostro progetto e hanno deciso di voltare pagina?

"Sono una decina, esponenti di associazioni mafiose, 'ndranghetisti soprattutto, alcuni ergastolani. È ovvio che non sono pentiti nel senso di collaboratori di giustizia e questo dà ancora più valore alla loro scelta perché certamente non ha alla base motivi di opportunità".

 

Come siete riusciti a convincerli a fare questo passo?

"Queste persone sono recluse in sezioni di alta sicurezza dove non hanno rapporti con nessuno. Abbiamo chiesto e ottenuto che potessero partecipare alla redazione del nostro giornale insieme ai figli, hanno accettato, si sono aperti, hanno trovato persino liberatorio e redimente incontrare gli studenti che portiamo in carcere e raccontare le loro esperienze sbagliate. E hanno anche recuperato un rapporto con questi ragazzi che, come ha fatto a Napoli il figlio del camorrista, hanno deciso chiaramente da che parte stare senza per questo entrare in conflitto con i genitori. Anzi".

 

Fosse così facile. Qual è la chiave giusta?

"Esattamente quella che ha spiegato il ragazzo di Napoli. Tenere separato il lato affettivo. Non rinnegare. Dire: "Io amo mio padre ma sono consapevole del disastro che le sue scelte hanno portato nella vita sua e di tutta la famiglia". E questo in qualche modo libera il mafioso che fino a quel momento aveva sempre tenuto una maschera di fronte ai propri figli accusando lo Stato, le istituzioni di averlo perseguito ingiustamente. I figli invece chiedono un'assunzione di responsabilità e questo fa venir voglia di partecipare e di ammettere i loro errori anche davanti ad altri, come gli studenti".

 

Cosa raccontano?

"Uno come Tommaso Romeo, ad esempio, ha confessato ai ragazzi che proprio il confronto con loro, in cui rivede le sue figlie gemelle che ha lasciato da piccolissime, lo ha aiutato a rinnegare il suo passato. Lui che, per la 'ndrangheta, reclutava proprio le giovani leve da avviare sulla strada criminale. Oggi con le sue figlie ha cominciato questo percorso con noi e non ha difficoltà a dire che la 'ndrangheta fa schifo".

 

Adesso avete l'obiettivo di uscire dal carcere di Padova.

"Sì, collaboriamo con i giudici del tribunale dei minori di Reggio Calabria e Bologna. Vorremmo arrivare negli istituti minorili, magari via Skype e provare a recuperare anche quei figli".