di Sara Perria
La Stampa, 21 dicembre 2021
Trovate fosse comuni con 40 cadaveri. Sequestri, decapitazioni, i militari uccidevano anche donne e bambini. Nella prima settimana di dicembre, un padre in Birmania postava un annuncio: "Se qualcuno ha visto mio figlio, rapito dalla giunta, vi prego di farmi sapere qualcosa". Negli stessi giorni, immagini di corpi carbonizzati, immobilizzati nell'ultimo tentativo di salvarsi sono iniziate a circolare su Facebook e Twitter. Non ci è voluto molto prima che la Burmese Associated Press confermasse che uno dei corpi bruciati vivi era proprio il ragazzo scomparso.
Questo è solo uno degli episodi più violenti a danno di civili birmani a dieci mesi dal colpo di Stato che ha portato al potere il generale Min Aung Hlaing, interrompendo la fragile transizione democratica guidata da Aung San Suu Kyi, finita agli arresti. Ora la Bbc aggiunge alla lista di accuse contro la giunta l'esistenza di una serie di fosse comuni risalenti a circa 40 uccisioni sommarie del mese di luglio, supportando con controlli incrociati quanto già denunciato attraverso filmati amatoriali e testimonianze. La giunta birmana non ha voluto negare la possibilità di fosse comuni: "Può succedere", ha detto il vice ministro per l'Informazione, il generale Zaw Min Tun. "Quando ci trattano come nemici, abbiamo il diritto di difenderci".
Il riferimento è al contrasto della People's Defence Forces, un esercito rivoluzionario formato da giovani, studenti, lavoratori, musicisti, che non aveva mai preso in mano un fucile prima di decidere di lottare contro la giunta per restaurare la democrazia. Molti appartengono alla generazione Z, vissuta con l'orizzonte di un'apertura democratica e per nulla intenzionata a ricadere nell'isolamento e nelle limitazioni repressive vissute da genitori e nonni. Ci sono anche donne, chi a volte mette giù il fucile e prende in mano un violino, o chi, come M.A.Y, che prima di farsi immortalare in uniforme lavorava per una Ong, occupandosi di ambiente e contrasto all'uso di plastica.
Tutte e tutti, addestrati nella giungla dalle milizie etniche, sono consapevoli della reazione brutale dei militari, secondo modalità ben rodate durante le cinque decadi al potere.
Sono tragici i dettagli dell'identità delle vittime trovate dentro le fosse o in fondo a un dirupo: un uomo disabile, un ragazzo di 17 anni. Anche un bambino. Secondo i testimoni, i militari sarebbero arrivati al villaggio nello Stato di Sagaing, in Birmania centro-occidentale, separando gli uomini dalle donne, per poi torturarli, legarli, picchiarli e infine ucciderli. L'accaduto era stato denunciato più volte, e ora si conferma l'esistenza di quattro episodi differenti, con il maggior numero di persone uccise - 14 - nel villaggio di Yin. Ricordano, fotogramma dopo fotogramma e testimonianza dopo testimonianza, le atrocità denunciate dai Rohingya, la minoranza musulmana nel vicino Stato Rakhine che accusa i militari birmani di genocidio.
"Non riuscivamo a guardare, così abbiamo tenuto la testa giù, piangendo", ha detto una donna che ha visto uccidere tre membri della sua famiglia: fratello, nipote e cognato. Le uccisioni sommarie nei villaggi e le fosse comuni non sono un incidente, ma si tratta della rodata strategia dei "quattro tagli" che mira a privare la guerriglia - in questo caso quella sostenuta dal governo civile eletto in esilio - dei quattro elementi che li sostengono: finanze, cibo, intelligence e reclute.









